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L'industriale

22/01/2012 12:00

Erika Pomella

Recensione Film,

L'industriale

Gabriel Garcìa Marquez scrisse, nel 1985, il celebre L’amore al tempo del colera...

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Gabriel Garcìa Marquez scrisse, nel 1985, il celebre L’amore al tempo del colera. Venticinque anni dopo, nel contesto economico in cui l’Italia sembra affogare, il regista Giuliano Montaldo (L’Agnese va a morire, I demoni di San Pietroburgo) sembra voler scrivere una sorta di “l’amore ai tempi della crisi”. L’Industriale – presentato alla VI edizione del Festival Internazionale del Film di Roma – è, come suggerisce il titolo stesso, l’epopea di un industriale, un uomo disperato che, nel tentativo di salvare la fabbrica ereditata dal padre, dovrà affrontare anche i problemi di un matrimonio in cui l’amore sembra essersi esaurito.


Nicola Ranieri (Pierfrancesco Favino) è un uomo d’affari di quarant’anni, che si vede costretto a fronteggiare la crisi economica senza averne i mezzi; la sua fabbrica è sull’orlo del fallimento, e la banca non può più aiutarlo con dei prestiti che, almeno, gli permetterebbero di pagare gli stipendi e di avere un po’ più di tempo per cercare di convincere una cordata tedesca ad entrare in affari, salvando così il futuro della fabbrica e dei suoi operai. Orgoglioso e testardo, Nicola non accetta l’aiuto di sua suocera Beatrice (Elisabetta Piccolomini), donna benestante che, tuttavia, non ha mai tenuto nascosto il suo astio nei confronti del genero. Come se non bastasse, Nicola deve anche vedersela con l’improvvisa freddezza della moglie Laura (Carolina Crescentini), sempre più affascinata dal parcheggiatore/artista Gabriel (Eduard Gabia).


Non sempre il talento interpretativo di Pierfrancesco Favino può bastare a salvare dalla mediocrità un’intera pellicola. Ci aveva già provato con Baciami Ancora, regalando il personaggio più riuscito del film; con L’Industriale l’attore romano restituisce l’immagine nitida di un uomo disperato e sconfitto, simile a quelli di cui sono piene le pagine dei nostri giornali. Tuttavia, questo grande sforzo istrionico viene sminuito da un contorno mediocre, fatto di personaggi appena abbozzati e di una recitazione monocorde, se non addirittura insipida. La Torino di Montaldo, lungi dall’essere quel sfondo tentacolare che il regista stesso si auspicava, è una macchia grigia su cui non splende mai il sole e che, se da una parte può rispecchiarsi nell’animo miserabile del protagonista, dall’altra risulta solo un set come un altro, un luogo stereotipato, dove i cliché si sovrappongono a dialoghi al limite della sopportazione. L’universo diegetico creato da Montaldo – qui in veste di sceneggiatore, oltre che di regista – è un mondo che, seppur illuminato da una fotografia che ben si amalgama alle vicende narrate, appare noioso e lontano da quelle intenzioni di denuncia che il regista sembra voler adottare per dare una visione della crisi degli imprenditori italiani.



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