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ACAB - All Cops Are Bastards

24/01/2012 12:00

Marco D'Amato

Recensione Film,

ACAB - All Cops Are Bastards

"L’Italia non è uno stivale...

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"L’Italia non è uno stivale. È un anfibio di celerino". Con questa frase, una delle più celebri di A.C.A.B. (acronimo di all cops are bastards, libro del giornalista di “La Repubblica” Carlo Bonini) si firmava nella chat della polizia un membro dei reparti della celere. Da questa frase riparte Stefano Sollima, regista della fortunatissima serie Romanzo Criminale, per il suo primo lungometraggio. Lasciando sullo sfondo il G8 (che era invece parte integrante del libro), Sollima racconta una serie di noti episodi di cronaca nera attraverso lo sguardo di un gruppo del reparto mobile di Roma.


Modificando radicalmente i protagonisti tratteggiati da Bonini, il regista romano proietta lo spettatore nel mondo di Cobra (Pierfrancesco Favino), Negro (Filippo Nigro) e Mazinga (Marco Giallini): unione, fratellanza, senso di appartenenza, rispetto per divisa e bandiera. Il tutto letto attraverso la lente di un’ottica di estrema destra che ha creato un loro codice personale basato su un uso della violenza spesso e volentieri al di sopra di qualsiasi legge. Ad affiancarli saranno Adriano (il bravissimo Domenico Diele), una giovane recluta da poco aggregata al gruppo, e Carletto (Andrea Sartoretti), ex celerino rimosso dal servizio per atti di violenza.


Dalle domeniche di “guerra” allo stadio alla morte dell’ispettore Raciti, dall’omicidio di Gabriele Sandri all’assalto alla caserma della polizia a Roma, dagli sgombri dei CPT alla caccia al rumeno seguita all’omicidio della Reggiani da parte del rom Mailat: il compito dei celerini è portare ordine nel caos, far sentire la presenza dello Stato dove non esiste legge. Sottopagati e ipersfruttati, i celerini sono costretti ad occuparsi di tutto quello di cui nessuno si vuole occupare, cercando di mantenere la calma davanti a un gruppo di ultras imbestialiti così come a un esercito di manifestanti infuriati. Ma la legge imposta da Cobra e compagni è davvero quella dello Stato? O ne è la loro interpretazione personale? Perché quella che dovrebbe essere una funzione di controllo si trasforma spesso in un vero e proprio antagonismo tra due fazioni che sfocia in molti casi in uno scontro incancrenito da anni di odio (è il caso dell’ormai storica “faida” ultras-polizia)? Sollima racconta una storia di provocazioni e prevaricazioni, violenza e vendetta in un circolo vizioso che non conosce limiti: all’aggressione dei tifosi ai danni di un poliziotto si risponde con un’indiscriminata caccia all’uomo sul treno e con una spedizione punitiva “in borghese” degna di Arancia Meccanica; alla rabbia di chi sta perdendo il lavoro fa eco il rumore dei manganelli e dei gas lacrimogeni. I problemi personali fanno da cassa di risonanza della violenza: difficile effettuare uno sgombero quando la casa che si aspetta da anni è occupata da una famiglia di extracomunitari senza il permesso di soggiorno, impossibile mantenere la giusta calma quando la tua situazione familiare è un disastro. La morale è dettata da ciò che è giusto per il gruppo fino a difendere l’indifendibile, fino a coprire abusi e soprusi. Ritmo rapidissimo (facilitato dalla breve durata) in pieno stile televisivo, recitazione assolutamente impeccabile, musica veloce e aggressiva (dalla mitica Police on my back dei Clash agli insulti rivolti ai celerini che riecheggiano da anni in tutti gli stadi d’Italia). Sollima si concentra fortemente sulla forza della storia e sulla potenza delle situazioni, senza rallentare i ritmi con scelte registiche particolari creando un prodotto destinato a grande fortuna tra l’abituale pubblico televisivo. Il successo al botteghino appare più che scontato, in particolare nella capitale.



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