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Zucchero, miele e peperoncino

05/02/2012 12:00

Gabriele di Grazia

Recensione Film,

Zucchero, miele e peperoncino

Quando nel 1980 uscì nei cinema Zucchero, miele e peperoncino di Sergio Martino (Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio; L'allenatore nel pallone) la commedi

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Quando nel 1980 uscì nei cinema Zucchero, miele e peperoncino di Sergio Martino (Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio; L'allenatore nel pallone) la commedia sexy stava ormai per tramontare con le sue primedonne e caratteristi che ne avevano decretato il successo nel nostro Paese per più di dieci anni. Erano i tempi di Edwige Fenech, di Barbara Bouchet e di Gloria Guida, di Alvaro Vitali, Gianfranco D’Angelo e, ovviamente, di Lino Banfi. Questo genere di film, rivalutato solamente di recente anche grazie alla passione per queste pellicole di Quentin Tarantino, era caratterizzato da una comicità spicciola, a tratti volgare, che avrebbe lasciato tracce in programmi televisivi del calibro di Colpo Grosso e Drive In, diventati ormai dei veri e propri cult. Era comicità da bar che non si nascondeva dietro nessun perbenismo, che non chiedeva alcuno sforzo di interpretazione da parte di un pubblico già proiettato nella colorata spensieratezza degli anni 80. Martino sicuramente ha dato un importante contributo a questo filone di film di successo che hanno caratterizzato un’intera epoca.


Zucchero, miele e peperoncino è ambientato a Roma ed è suddiviso in tre episodi, ciascuno dei quali inizia in un’aula di tribunale dove i protagonisti si stanno appropinquando a raccontare alla giuria le loro rocambolesche vicissitudini. Il primo episodio vede uno sprovveduto (Lino Banfi) essere scambiato per un pericoloso assassino a causa di un particolare errore di omonimia. Mentre la polizia è sulle sue tracce a sua insaputa, gli si affianca un’avvenente giornalista (Edwige Fenech) che è convinta, cosi, di avere nelle mani un grosso scoop. Naturalmente gli esiti della vicenda saranno disastrosi per il povero malcapitato. L’episodio successivo racconta i compromessi a cui deve abbassarsi un laureato in cerca di lavoro (Pippo Franco) spinto dal fantasma della fame. Con l’ausilio di una parrucca finisce nel vestire i panni di una domestica tuttofare in casa di un rude macellaio (Glauco Onorato) e della moglie infelice di costui (Dagmar Lassander). Quando il travestimento viene scoperto dalla donna, questa, sentendosi fortemente trascurata dal marito, decide di portarsi a letto l’imbroglione rischiando grosso. L’episodio finale ha come protagonista un tassista fissato (Renato Pozzetto) che viene coinvolto in un rapimento a "fin di matrimonio" da un clan di siciliani. Rosalia (Patrizia Garganese), la sposa non consenziente, alla fine verrà tratta in salvo proprio dal guidatore di taxi, che si ritroverà coinvolto in un finale inaspettato.


Il film di Martino sicuramente ha il pregio di strappare più di qualche risata grazie soprattutto alla capacità mimica dei suoi interpreti principali, veri e propri maestri della commedia. L’episodio più riuscito appare essere quello centrale per costruzione e sviluppo della trama, che, in maniera interessante, anticipa i contenuti di pellicole come Tootsie e Mrs. Doubtfire - Mammo per sempre. Lino Banfi, perfetto nella parte dell’inconsapevole presunto omicida, parteciperà l’anno dopo a Fracchia la belva umana, in cui il suo ruolo sarà del tutto speculare a quello interpretato in Zucchero, miele e peperoncino. Bravo come sempre Renato Pozzetto, ma il suo episodio è il più fiacco e non riesce a far esprimere al meglio il suo personaggio.


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