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Giù al Nord

28/02/2012 12:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Giù al Nord

Se in Italia il nord viene visto da alcuni come centro produttivo e mondano dove intraprendere un percorso lavorativo di successo, in Francia l’impiegato delle

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Se in Italia il nord viene visto da alcuni come centro produttivo e mondano dove intraprendere un percorso lavorativo di successo, in Francia l’impiegato delle poste Philippe (Kad Merad) non sogna altro che ottenere il trasferimento verso la sede del sud, lungo le coste soleggiate della costa azzurra, anche per migliorare l’umore della moglie Julie. La sua ambizione è talmente forte da spingerlo a fingersi invalido per ottenere punti in graduatoria, dopo essere stato superato da un disabile. Il suo imbroglio viene però facilmente scoperto e, come punizione, Philippe viene spedito nel profondo Nord, a Bergues nel Nord-Pas de Calais. Julie, sempre più depressa, si rifiuta di seguirlo, e così Philippe si troverà presto in un mondo che non conosce, di cui non capisce nemmeno l’idioma. Sarà il simpatico postino Antoine (Dany Boon) a mostrargli la bellezza del nord e l’infondatezza dei pregiudizi.


Giù al Nord è uno di quei film che necessita della visione in lingua originale; la comicità del film di Dany Boon, infatti, si fonda su equivoci e incomprensioni linguistiche che, doppiate, perdono il loro mordente ironico, trasformando la pellicola in una commedia comune, priva di quegli slanci parodistici che, in Francia, l’hanno resa campione d’incassi. Il ventoso e “piatto” nord viene contrapposto, idealmente, alle spiagge sabbiose del sud, ma ben presto il reticente Philippe viene avvolto da un’atmosfera intima e gioviale, che gli permette di vedere al di là delle proprie convinzioni e di lasciarsi affascinare da quel mondo che aveva sempre denigrato. Le differenze dialettali tra gli autoctoni del luogo e Philippe diventano il terreno fertile per parlare di qualcosa di più grande, come i pregiudizi abissali che da sempre separano qualsiasi angolo di mondo. Il razzismo di fondo che separa individui di una stessa nazione per via di preconcetti molto spesso medievali vengono trattati da Boon senza il cinismo che ci si potrebbe aspettare. Non c’è un giudizio chiaro e definitivo sui due poli apposti, sebbene il settentrione venga definito come la culla dove vecchi valori trovano ancora importanza, a differenza di un sud tutto proiettato al progresso, all’autoaffermazione e all’egoismo individuale.


Naturalmente la parte più riuscita è quella che tratta da vicino il rapporto tra Philippe e Antoine, due persone dissimili, ma fondamentalmente uguali. I loro scontri e le loro incomprensioni vengono trattate da Boon con un sorriso sempre aperto, che non ricorre mai a facili e fastidiose volgarità. Un film girato con eleganza e sincerità, con il chiaro intento di regalare allo spettatore non un saggio sociale, ma due ore distensive dove risate e sentimenti si mescolano lungo gli scenari sempre affascinanti della nazione francofona.



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