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The Woman in Black

29/02/2012 12:00

Erika Pomella

Recensione Film,

The Woman in Black

Arthur (Daniel Radcliffe) è un giovane avvocato londinese alle prese con la precoce dipartita della sua giovane moglie, morta di parto...

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Arthur (Daniel Radcliffe) è un giovane avvocato londinese alle prese con la precoce dipartita della sua giovane moglie, morta di parto. Per tentare di salvare la sua posizione nello studio legale in cui lavora, l’uomo accetta di partire per un paese sperduto a studiare i documenti necessari alla vendita di una casa immersa nella nebbia della palude. Al suo arrivo a Crythin Gifford, Arthur diventa suo malgrado testimone di strani incidenti che coinvolgono i bambini del posto. Mentre gli abitanti del luogo dimostrano tutto il loro astio per l’avvocato, Arthur comincia a passare del tempo nella villa sulla palude, scoprendo un segreto che ruota intorno ad una misteriosa figura avvolta di nero.


Nel luglio del 2011 si concludeva, tra nostalgia e dispiacere, la saga fantasy più redditizia degli ultimi anni. Mentre il personaggio di Harry Potter si accomiatava dalle sale di tutto il mondo, il suo interprete Daniel Radcliffe sosteneva di essere pronto a intraprendere nuove strade e ruoli che lo allontanassero dall’immaginario legato al maghetto. Nell’horror della Hammer Film (storica casa di produzione cinematografica), The Woman in Black, l’attore deve fronteggiare un ruolo più adulto, nonostante dimostri alcune somiglianze con il personaggio che l’ha reso famoso – come ad esempio il senso di lutto. Arthur è un uomo ossessionato dalla perdita della donna che ama, incapace di affrontare (e dunque superare) la separazione forzata e innaturale. Per eludere questo senso di privazione si tuffa a capofitto in un’indagine che ben presto prenderà le sembianze di un incubo. Dopo aver lasciato il figlio e l’ambientazione rassicurante della grande metropoli londinese, Arthur scivola gradualmente ma irrimediabilmente in un girone infernale, caratterizzato dai toni freddi e cupi dell'inverno inglese.


Durante la visione aleggia costante un clima da predestinazione, a partire dall'inquietante scena d'apertura. Il regista gioca sui cliché che derivano da altri film del genere, fra tutti The Others di Alejandro Amenábar, senza tuttavia proporre delle novità rilevanti. Come nella miglior tradizione, l’orrore si palesa sotto forma di casa abbandonata e rupestre, immersa in una natura ostile che rende difficili i collegamenti e le comunicazioni. Il protagonista diventa un prigioniero, un recluso in un mondo di confine, dove la realtà e il sovrannaturale si fondono. La Eal Marsh House è un continuo tintinnare di scricchiolii sinistri, di ombre fugaci che coprono la luce danzante delle candele. Sinistri ricordi e oscure presenze si muovono intorno al protagonista, impedendo allo spettatore di rilassarsi in poltrona. Il senso di attesa viene reso da James Watkins con una regia elegante e una scenografia che fa della sua componente gotica un ulteriore elemento di disagio, di tenebra e inquietudine. Il set dello Yorkshire Dales aiuta nella costruzione di questa ghost story classica e disturbante.


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