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L'uomo che venne dalla Terra

02/03/2012 11:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

L'uomo che venne dalla Terra

Il professore John Oldman (David Lee Smith) ha organizzato una festa d'addio con alcuni dei suoi colleghi, il biologo Harry (John Billingsley), la studiosa di c

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Il professore John Oldman (David Lee Smith) ha organizzato una festa d'addio con alcuni dei suoi colleghi, il biologo Harry (John Billingsley), la studiosa di cultura cristiana Edith (Ellen Crawford), l'archeologo Art (William Katt), la dottoressa di storia Sandy (Annika Paterson) e l'antropologo Dan (Tony Todd). I motivi dell'improvvisa partenza di John sono del tutto ignoti, finché questi non decide di svelare loro un'incredibile verità. Egli è infatti un uomo delle caverne, sopravvissuto per oltre 14.000 anni e incapace di morire. Inizialmente gli invitati pensano che l'uomo si stia prendendo gioco di loro in un subdolo scherzo, ma ben presto cominciano a ricredersi quando l'uomo risulta sempre più convinto, e convincente, nella sua esposizione. Art decide allora di chiamare un altro amico, il dottor Gruber (Richard Riehle), un anziano psicologo, per comprendere se il professore sia uscito di senno. Ma chi è veramente John Oldman?


Jerome Bixby, sceneggiatore venerato dai fan di Star Trek per aver scritto quattro dei migliori episodi della serie classica, ha dettato in letto di morte la sceneggiatura di L'uomo che venne dalla Terra a suo figlio Emerson nel 1998. Nove anni dopo, con un budget di 200.000 dollari, il film ha visto la luce per la regia di Richard Shenkman. Il risultato finale è sicuramente una delle opere più riuscite e convincenti della cinematografia sci-fi di nuovo millennio, per quanto non si possa considerare del tutto una storia di fantascienza. O meglio, la è pienamente allo stato concettuale, con uno degli incipit migliori che si ricordi nel genere. Quattro mura, un gruppo ristretto di persone e un inquietante segreto: quasi un giallo alla Agatha Christie per la costruzione narrativa, ma nonostante le apparenze un'opera potente, ricca di una sotterranea tensione.


Giocato quasi totalmente su una struttura forbita in cui è la serratezza dei dialoghi a imprimere il ritmo avvincente, la pellicola di Shenkman è un susseguirsi di rivelazioni al limite del credibile, ma sempre supportate da riferimenti storici e culturali precisi, capaci di insinuare dubbi non solo ai co-protagonisti, ma allo spettatore stesso. Si viene avvolti in un magma incandescente di parole e misteri che imprime un inaspettato ritmo alla vicenda e ci conduce senza sosta ad un epilogo - forse, ma non ne è un difetto - leggermente prevedibile. Il merito della riuscita di questa pièce dal sapore filo-teatrale, è sicuramente della regia di Shenkman, qui probabilmente alla sua opera migliore in una carriera altalenante. Il regista americano trasporta la sublime sceneggiatura di Bixby puntando l'attenzione in maniera concisa e precisa sui suoi interpreti, tutti all'altezza in ruoli non certo semplici ma sempre credibili. Un film originale, in grado di infiammare un pubblico vasto, inclusi i più strenui sostenitori della sci-fi cinematografica anche senza bisogno di astronavi ipersoniche e spade laser.



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