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I sospiri del mio cuore

06/04/2012 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

I sospiri del mio cuore

Shizuku è una giovane studentessa delle medie con la passione per la lettura: durante una torrida estate a Tokyo la ragazza nota che, nella biblioteca dove pren

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Shizuku è una giovane studentessa delle medie con la passione per la lettura: durante una torrida estate a Tokyo la ragazza nota che, nella biblioteca dove prende i libri in prestito, ricorre sempre un nome prima del suo nella tessera dei noleggi: Seiji Amasawa. Mentre è tutta assorta nelle fantasie riguardanti questo sconosciuto, Shizuku incontra, sulla metropolitana, uno strano gatto che comincia a seguire lungo la prefettura. Si imbatte così in un vecchio negozio d’antiquariato che, tra gli oggetti in esposizione, tiene uno splendido gatto antropomorfo vestito da barone. Proprio attraverso questa piccola avventura Shizuku non solo conoscerà Seiji, affascinante liutaio, ma scoprirà la propria vocazione per la scrittura.


Se l’America riesce ad irretire la maggior parte del pubblico con i film d’animazione di casa Pixar, un discorso simile si può fare per lo Studio Ghibli che da più di vent’anni produce piccoli capolavori, arrivati in Italia sempre con grande ritardo. Uscito in Giappone nel 1995, I sospiri del mio cuore giunge nel mercato italiano (e solo in home video) dopo sedici anni. Scritto dal maestro Hayao Miyazaki e diretto dall’esordiente Yoshifumi Kondo (che aveva già collaborato con Miyazaki come animatore per la splendida serie Conan il ragazzo del futuro), questo lungometraggio di animazione è, innanzitutto, la storia di una profonda amicizia, attraverso la quale i due protagonisti riescono a definirsi come identità nel difficile processo della crescita. Il legame tra Shizuku e Seiji rappresenta il punto nodale, la svolta che separa il tempo dell’infanzia dall’età adulta. Tema questo molto caro alla produzione dello studio Ghibli, che proprio nella descrizione dei rapporti umani trova il suo marchio di fabbrica, arricchendolo con sfumature poetiche ed effimere di toccante liricità. La storia di Shizuku è una storia di quotidianità; a differenza degli altri film scritti da Miyazaki, in Whisper of the heart l’elemento soprannaturale o magico è ridotto all’osso, tanto da limitarsi alla trasposizione iconografica del racconto che la piccola protagonista scrive. Eppure lo spettatore riesce ugualmente a lasciarsi trasportare in un mondo che, pur somigliando al nostro, sembra rispondere a canoni diversi, quasi utopistici. La grandezza del film di Kondo sta proprio nella capacità di rendere magica la routine: non ci sono colpi di scena, né azioni memorabili. Piuttosto, il lento dispiegarsi dell’adolescenza, in giorni febbrili di passione e di chimere da rincorrere, ammalia e stordisce per il forte messaggio di fondo. La magia è ovunque intorno a noi: è nella vita stessa, nella forza con cui inseguiamo i nostri sogni.


Ma si farebbe un torto se si considerasse I sospiri del mio cuore senza tener conto del fantastico universo sonoro creato da Yuuji Nomi. Il brusio di fondo di una Tokyo intorpidita dalla calura estiva accompagna Shizuku lungo tutti i suoi vagabondaggi, trasportando lo spettatore al di là del quadro, quasi fosse possibile per lui essere fisicamente nello stesso non-luogo in cui si muovono i protagonisti. Le musiche di commento riescono a miscelare note delicate e melodiose con ritmi più allegri e avvincenti, che ben si sposano con le caratterizzazioni dei vari personaggi. Un cenno va fatto al recupero della meravigliosa Country Road, Take Me Home di John Denver: la pellicola si apre con la versione di Olivia-Newton John, per poi riproporla puntualmente durante la diegesi, cantata anche dai protagonisti.



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