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Beast Stalker

08/04/2012 11:00

Giuseppe Salvo

Recensione Film,

Beast Stalker

Il cinema hongkonghese degli ultimi decenni ha percorso il genere poliziesco come un tramato labirinto suburbano di malavita, tradimenti, inganni fratricidi, im

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Il cinema hongkonghese degli ultimi decenni ha percorso il genere poliziesco come un tramato labirinto suburbano di malavita, tradimenti, inganni fratricidi, immarcescibili valori e genealogiche corruzioni dell'animo umano. Dante Lam, che già con Beast Cops aveva tentato di solcare la strada delle implicazioni drammatiche e psicologiche di esistenze alla deriva, accoglie la poliedricità caratteriale dei poliziotti e mafiosi della tradizione cinematografica cantonese, filtrandone il manicheismo di fondo e prismandone le precarie coscienze, giungendo a corroborarne l'assunto di fondo: buoni e cattivi sono fatti della stessa carne, dello stesso sangue, delle stesse colpe emofiliache, tutti con il loro tumido trascorso e opprimenti nodi da sciogliere. Chi predica e venera una proba subordinazione alla rettitudine e alla giustizia non è detto che abbia davanti a sé una strada meno tortuosa, e anche chi si sottomette agli intenti più meschini nasconde un'umanità non del tutto, o non ancora, contaminata.


Il capitano della polizia di Hong Kong Tong Fei (Nicholas Tse), è un uomo irreprensibile, ostinato nel portare a termine le indagini con la migliore condotta personale e della propria squadra. La svolta della sua vita arriva il giorno di un'irruzione per scovare una banda criminale. Durante l'inseguimento e il terribile incidente che ne seguono, Tong Fei, guidato dalla sicumera della propria integrità e infallibilità, uccide per errore una bambina, figlia dell'avvocato Ann Gao (Zhang Chingchu). Quest'ultima parteciperà come pubblica accusa al processo contro Cheung Yat-tung (Philip Keung), criminale sopravvissuto all'incidente e accusato di aver ucciso un agente durante una rapina. Il senso di colpa che devasta il capitano della polizia è destinato ad acuirsi quando Cheung fa rapire l'altra figlia dell'avvocato per costringerla a manipolare le prove contro di lui e scagionarlo. Tong si mette sulle tracce del rapitore che tiene in cattività la bambina: il malvivente si chiama Hung (Nick Cheung), un uomo che vive di espedienti, senza più onore né orgoglio, ma pronto a tutto pur di portare a termine il lavoro commissionatogli. Quel che i protagonisti di questo destino comune troveranno sulla propria strada li porterà ad affrontare i dolenti interstizi delle proprie coscienze. Ma è l'unica via per salvare la piccola innocente e, forse, anche se stessi.


Dante Lam costruisce un dramma personale prendendo le mosse dal linguaggio visivo dei film d'azione di matrice urbana, sfruttando i movimenti frenetici delle inquadrature, i fremiti della macchina a mano che rincorre o scorge i soggetti dell'azione, la stretta alternanza di campi e piani sequenza appena accennati, resi instabili da zoomate incompiute o spezzate. Non passa molto per intuire che tanta tribolazione viene presto spostata a ben più angoscianti sussulti emotivi, mantenendo invariato lo stile visivo che coglie i protagonisti in tutto il loro minato, ferito, scheggiato volto morale. Da un incidente raccapricciante che lascia visibili cicatrici, menomazioni e interiori - ma ben più profonde – escoriazioni, Lam intreccia i destini dei suoi protagonisti all'interno di un medesimo cerchio nel quale orbitano le doglie della perdita, la frustrazione familiare, la mortificazione esistenziale, e un epistattico senso di colpa che stilla lacrime, sangue, e flebili «va tutto bene», reiterati come un respiro di disperata rassegnazione dal rapitore Hung sul corpo infermo della moglie amata. Derelitti della società che arrancano, annaspano, succubi di un fato che umilia allo stesso modo vittime e carnefici, colpevoli e innocenti, giustizieri e criminali. L'azione traballante di inseguimenti, pestaggi, irruzioni armate, defluisce in un travagliato moto interiore, all'interno del quale si raschia il fondo buio dell'abisso, dove rancori, rimorsi e autocommiserazione scavano sempre più infime crepe. In questa tesa e fosca drammatizzazione degli stereotipici ruoli del genere poliziesco, nella disperata e condivisa ricerca di un'anelata redenzione, Beast Stalker trova una sua sfuggente ma compiuta, autentica e immanente cifra stilistica.



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