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Diaz - Non pulire questo sangue

12/04/2012 11:00

Angelica Tosoni

Recensione Film,

Diaz - Non pulire questo sangue

Il film choc di Daniele Vicari, che non ha timore di schierarsi

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Premiato dal pubblico a Berlino e acclamato al festival di Bari, Diaz – non pulite questo sangue riprende i fatti avvenuti nel 2001, nella scuola Diaz di Genova. Tra il 20 e il 21 luglio si riuniscono nel capoluogo ligure gli otto grandi della terra e da tutto il mondo giungono a Genova 300 mila manifestanti. La guerriglia urbana non risparmia Carlo Giuliani che muore per un proiettile sparato da un carabiniere. Genova è devastata e si contano circa 1000 feriti e 280 persone arrestate. Terminate le manifestazioni, a mezzanotte del 21 luglio, le forze dell’ordine fanno irruzione nel complesso scolastico Diaz-Pascoli, sede del Media Center Genoa Social Forum. Vengono arrestate 93 persone provenienti da diversi paesi europei, e non solo: si contano 87 feriti. Molti degli arrestati vengono trasferiti a Bolzaneto, la caserma in cui subiscono violenze e torture psicologiche e fisiche. Nei giorni successivi, i fermati sono condotti in carcere, accusati di “associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio, resistenza aggravata e porto d’armi”. Il giudice per le indagini preliminari libera gli arrestati e gli stranieri vengono espulsi dall’Italia. Questa la terribile vicenda da cui Daniele Vicari prende le mosse.


Il 21 luglio 2001, ultimo giorno del G8 di Genova, si ritrovano alla scuola Diaz alcuni manifestanti. Anselmo, militante della CGIL; Luca, giornalista della Gazzetta di Bologna; Alma, giovane anarchica tedesca; Bea e Ralph, che vogliono riposarsi un po’ prima di ripartire. Le manifestazioni sono ormai terminate e i molti manifestanti trovano riposo nella scuola. Ma a mezzanotte, 300 operatori delle forze dell’ordine fanno irruzione e ha inizio lo scempio: vengono arrestate e picchiate 93 persone; ragazzi e giornalisti stranieri, tedeschi, francesi e inglesi trasportati nella caserma Bolzaneto dove subiscono violenze di ogni genere.


Il film di Daniele Vicari non ha timore di schierarsi, non ha paura di perdere una comoda equidistanza che la metta al riparo da accuse di fazioso manicheismo. La scelta di Vicari non deriva da un’assenza di oggettività, ma dalla presa di coscienza che quello che accadde presso la scuola Diaz e nella caserma Bolzaneto rappresenta «La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale» (Amnesty International). Non c’è fatto concreto, ipotizzato, o temuto che possa giustificare e motivare la reazione delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti presenti al G8 di Genova. Da questa certezza assoluta prendono consistenza le scelte di sceneggiatura e di regia. Il film di Daniele Vicari, che segue in particolare i punti di vista e le vicende di alcuni personaggi – oltre ai sopra citati, anche un vicequestore che non approva le scelte dei suoi superiori e un manager che si interessa di economia equosolidale –, si libera dalla affezione verso il protagonista e lascia alla narrazione la possibilità di mostrare, senza dimostrare. L’identificazione viene sostituita dalla solidarietà umana e dalla partecipazione civile. Erano in tanti nella scuola di Genova, ognuno con una provenienza differente, una storia e motivazioni proprie, ma tutti lì per dire "no" ai grandi della terra. Ed è quel diniego sfaccettato, associato a quello univoco della violenza, che segna la condanna di tutti.


Diaz - Non pulire questo sangue non è un documentario, ma, abbinando ai flashback l’uso della camera a mano, le riprese dall’alto, le immagini di repertorio, vira decisamente verso la realtà, senza volerla plasmare su alcuna tesi. Ed è in nome di quella verità che Vicari mette in evidenza l’importanza della testimonianza: telecamere, microfoni, macchine fotografiche fanno dell’informazione l’unica arma possibile contro l’orrore. «Il mondo vi sta vedendo» urla un giornalista ai poliziotti. La tensione, la confusione e la violenza traspaiono dalle inquadrature instabili, dal montaggio concitato, dalla fotografia sgranata. La circolarità dell’orrore che non risparmia nessuno trova il proprio emblema nella sequenza della bottiglia di vetro lanciata e ridotta in migliaia di pezzi, mostrata più volte, al ralenty. In mille pezzi sono ridotti psicologicamente e fisicamente i manifestanti nella scuola Diaz, in mille pezzi sono coloro che vengono trasportati nella caserma di Bolzaneto. Vicari dirige una pellicola esigente, che non consente allo spettatore di non prendere posizione. Di fronte alla violenza vendicativa e sadica non c’è che lo sdegno, non c’è spazio per tentennamenti. Pur mantenendo il proprio impianto corale, la pellicola pare scegliere Alma come simbolo della devastazione fisica ed emotiva subita dai manifestanti del G8: su di lei si manifesta la totale brutalità degli agenti, lei è nella caserma di Bolzaneto, è costretta a subire vessazioni di ogni tipo, è espulsa dall’Italia. Un pugno nello stomaco, in cui paura, sofferenza, incredulità, dolore, brutalità, inciviltà sono messi in campo per quello che sono, senza mediazioni. Lo sgomento continua. Di quei 300 poliziotti che parteciparono al blitz di Genova solo 29 sono stati processati, 27 condannati per lesioni, calunnia e falso atto pubblico. Di queste condanne, le prime due vennero prescritte. Resta valida solo quella per falso atto pubblico che andrà in prescrizione nel 2016.



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