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Poker Generation

15/04/2012 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Poker Generation

Filo (Piero Cardano) e Tony (Andrea Montovoli) sono due fratelli dai caratteri opposti che vivono a Scicli, un paesino siciliano dove la monotonia di un’esisten

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Filo (Piero Cardano) e Tony (Andrea Montovoli) sono due fratelli dai caratteri opposti che vivono a Scicli, un paesino siciliano dove la monotonia di un’esistenza abitudinaria fa da contraltare alla grandezza dei sogni dei due ragazzi. Il padre (Francesco Pannofino) sembra essere la personificazione del fallimento: senza lavoro, vittima della pietà della moglie (Lina Sastri) e incapace di trovare i soldi per salvare la figlia Maria (Naomi Assenza), affetta da una malattia degenerativa che potrebbe portarla alla morte. Proprio per racimolare i soldi necessari all’operazione chirurgica che potrebbe salvarla, i due fratelli partono per Milano, alla ricerca di Joyce (Claudio Castrogiovanni), campione di poker che li introdurrà sul green del poker.


Dare una chiara ed univoca definizione del film d’esordio di Gianluca Mingotto non è impresa facile. Prima ancora di essere una pellicola d’intrattenimento, Poker Generation è una furba e ben confezionata operazione di marketing. Fabrizio Crimi, produttore della pellicola che ha fortemente voluto questo film è, anche, un top manager del Gaming On Line. Non è un caso, dunque, che la pellicola di Mingotto presenti l’immagine edulcorata e quasi utopistica del gioco del poker. Paradossalmente è proprio quest’immagine “rivista” del poker uno degli elementi più interessanti del film. Non più bische fumose e clandestine, non più l’immagine stereotipata di gangster dai capelli unti e dal sigaro acceso: il poker texas hold’em viene visto non solo come vero e proprio sport cui dedicarsi, ma soprattutto ne viene evidenziato il carattere democratico. Chiunque può giocare, chiunque può partecipare al tavolo da gioco. Sebbene alcuni servizi d’informazione – ultimo quello de Le Iene - abbiano dimostrato che la nuova frontiera del poker non è così liberale come si pensa, l’idea di fondo del poker texas hold’em è che chiunque può entrare a far parte di questo mondo, mettendo a disposizione quello ha, scegliendo tavoli e strategie. E, soprattutto, avvicinandovisi per diverse motivazioni. Davanti la macchina da presa di Mingotto non c’è il giocatore d’azzardo preso dalla morsa della dipendenza. Al centro dell’obiettivo ci sono due persone che tentano il tutto per tutto per salvare la sorella, ma anche per tentare di evadere da una vita nella quale non ci si riconosce.


Il richiamo ad una condizione precaria, senza prospettive e segnate dalla tragedia è un cliché di un certo cinema italiano, che sembra incapace di creare storie di opportunità senza partire da un habitat disastroso. A fare da contraltare a questi stereotipi che richiamano tanta banalità, c’è la convincente regia di Mingotto, consapevole di ogni inquadratura e di ogni movimento di macchina. Niente, a livello tecnico, sembra essere stato lasciato al caso e il regista riesce a creare una messa in scena più fluente e di certo più interessante della sceneggiatura. Sembra che all’interno di Poker Generation ci siano due spinte opposte che rischiano di distruggersi a vicenda: da una parte una storia banale e troppo edulcorata, che indispettisce lo spettatore e lo fa sbuffare anzitempo; dall’altra uno stile visivo patinato e accattivante, che pesca la propria estetica dal mondo dei videoclip e dai linguaggi dei nuovi media. Nonostante Poker Generation si adagi su terreni già testati, il suo innesto moderno salva quella che è una pellicola fondata sulla facile e per niente originale trovata del gioco come metafora della vita.


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