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Pee Wee's Big Adventure

01/05/2012 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Pee Wee's Big Adventure

Quando il nome di Tim Burton non era ancora associabile a incassi sicuri al botteghino o ad una fetta piuttosto sostanziosa di fedeli spettatori, c’erano poche

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Quando il nome di Tim Burton non era ancora associabile a incassi sicuri al botteghino o ad una fetta piuttosto sostanziosa di fedeli spettatori, c’erano poche referenze che il regista di Burbank potesse presentare alle grandi major. Una di queste, il cortometraggio Frankenweenie, venne suggerito dallo scrittore Stephen King a Paul Reubens, attore comico che interpretava in tv il famoso Pee Wee Herman, vero e proprio idolo dei bambini americani. Fu lo stesso attore, allora, a spingere la Warner Bros. ad assumere Burton per dirigere un film per le famiglie avventuroso e divertente. Il disegnatore di casa Disney, con la fissazione per i mostri e i cimiteri, si apprestava a fare il grande salto, iniziando una lunga carriera coronata da molteplici successi.


La storia inizia in una eccentrica casa piena di strani meccanismi, dove Pee Wee fa colazione prima di uscire con la sua amata bicicletta. Il velocipede, colorato e particolare quanto il suo stesso padrone, diventa oggetto dei desideri del viziato vicino di casa, tanto da spingersi a rubare la bici prima e a metterla in vendita poi. Inizierà così per Pee Wee un’esilarante avventura attraverso gli Stati Uniti d’America, dove entrerà in contatto con personalità forti e uniche, proprio come la sua.


Pur essendo un film su commissione, Pee Wee’s Big Adventure può senz’altro essere considerato il primo manifesto dell’ars cinematografica burtoniana. Nella pellicola si trovano in nuce tutti gli elementi del suo stile: primo tra tutti, il recupero e l’utilizzo della tecnica dello stop motion, utilizzata quando il protagonista sogna un tirannosauro (simile a quello che Edward mani di forbice scolpirà in una siepe) e quando il personaggio di Large Marge mostrerà la sua vera natura. Ma il vero punto di forza della pellicola è il protagonista, così vivace ed eccentrico da inserirsi facilmente nella galleria di personaggi bizzarri che il regista spia con occhio affettuoso: esseri che non si curano dell'immagine che rimandano al mondo, ancorati alla propria eccezionale unicità. Pee Wee Herman si muove in un mondo dai contorni sgargianti, pieno di mistero e di avventura, che in qualche modo rispecchia la diversità del personaggio. Il viaggio che il protagonista intraprende lungo gli Stati Uniti per recuperare la preziosa bicicletta diventa l’escamotage per entrare a far parte della società, pur rimanendone distaccato. Burton non si preoccupa di presentare all’America un ritratto fedele di se stessa, ma piuttosto una visione più pura, quella del bambino mai cresciuto che ricorrerà nella maggior parte della sua produzione e che ritorna nel viaggio avventuroso di Big Fish.


Ma più di ogni altra cosa, Pee Wee’s Big Adventure è un inno sincero al cinema in toto. Durante il suo peregrinare, Pee Wee se la vede con tutti gli archetipi che hanno reso grande Hollywood: un vecchio vagabondo che viaggia sul treno merci, il delinquente affascinante scappato di prigione, una banda di motociclisti, una cameriera che sogna di cambiare il proprio destino. E ancora, in alcune scelte registiche, il regista eredita stilemi da correnti specifiche della cinematografia. Dai chiari rimandi al cinema espressionista tedesco (che rimarrà sempre una fonte d’ispirazione), fino agli omaggi al cinema muto, con il trucco e l’espressione facciale del protagonista che, in alcune scene, richiama la mimica di Charlie Chaplin. Tim Burton allenta le cinghie della propria immaginazione e della propria passione arrivando, nella lunga e spassosa sequenza dell’inseguimento all’interno degli studi Warner Bros., a dipingere non solo il cinema che ha avuto successo nel mondo ma anche, e soprattutto, quello che l’ha toccato più in profondità e che aveva i propri capisaldi in mostri orribili ma equivocati, come Godzilla e Frankenstein. Etichettato da molti critici come film per bambini, il primo lungometraggio di Burton è in realtà un grandioso e personale affresco surreale sul cinema, attraverso una già spiccata poetica visionaria.



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