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I fiori della guerra

08/05/2012 11:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

I fiori della guerra

Vi era molta curiosità attorno all'inedita collaborazione tra una star di Hollywood come Christian Bale e il regista cinese Zhang Yimou, in grado con le sue ult

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Vi era molta curiosità attorno all'inedita collaborazione tra una star di Hollywood come Christian Bale e il regista cinese Zhang Yimou, in grado con le sue ultime opere (Hero e La foresta dei pugnali volanti su tutte) di conquistare il pubblico di ogni latitudine. Presentato all'ultimo Festival di Berlino e accolto tiepidamente dalla critica, The Flowers of War è in realtà un'entità cinematografica assai magnetica, in grado di coniugare il senso dello spettacolo più puro e trascinante a una forte carica drammatica. Nella prima ora il maestro di Xi'an dirige magistralmente sequenze belliche degne dei classici del genere, raggiungendo l'apice nello stoico e toccante sacrificio di alcuni soldati cinesi. Poi il film prende un'altra direzione, concentrandosi su una dimensione introspettiva, dimenticandosi delle operazioni militari a favore del dramma dei protagonisti.


John Miller (Christian Bale) è un becchino arrivato a Nanchino nel 1937, in piena guerra sino-giapponese, per seppellire il prete cristiano di una chiesa locale. Giunto sul luogo, scopre che questo non è disabitato, ma occupato da decine di ragazze fuggite dalla crudeltà della guerra, sperando che la sacralità della dimora le salvasse dal brutale conflitto. Quando l'esercito invasore irrompe nel luogo sacro, con lo scopo di violentare le giovani, Miller sceglie di fingersi uomo di chiesa e garantire così per la loro incolumità. L'arrivo di un gruppo di prostitute, anch'esse in fuga, dopo i primi contrasti, creerà un forte legame tra persone così diverse, che si troveranno a lottare insieme per una comune possibilità di salvezza.


Zhang Yimou punta sin troppo chiaramente al coinvolgimento emotivo, ma lo rende talmente immediato e genuino che risulta facile affezionarsi ai protagonisti e alla loro vicenda, con una forte e incisiva caratterizzazione riservata a ogni personaggio. Le emozioni scorrono prorompenti, sicuramente avvantaggiate dalla sontuosa colonna sonora e una messa in scena sfarzosa, laddove le esplosioni fisiche fanno da contraltare a quelle interiori. Meno autoriale che in passato, rivolto sicuramente al vasto pubblico, e nonostante tutto palpitante e avvincente, la pellicola di Zhang Yimou complementa il profondo lato romantico del melodramma con la crudele rappresentazione della guerra. Unica nota stonata, l'eccessiva estremizzazione riservata ai giapponesi: se è vero che "Lo Stupro di Nanchino", che fa da cornice agli eventi narrati, è una delle pagine più abiette che l'uomo possa ricordare, i caratteri dei soldati nipponici appaiono fin troppo monodimensionali.



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