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La fuga di Martha

12/05/2012 10:00

Angela De Angelis

Recensione Film,

La fuga di Martha

Può un meraviglioso sogno bucolico, un dolce miraggio di convivenza e condivisione umana trasformarsi in incubo? Siamo nell’America dei giorni nostri, nel paese

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Può un meraviglioso sogno bucolico, un dolce miraggio di convivenza e condivisione umana trasformarsi in incubo? Siamo nell’America dei giorni nostri, nel paese che da Woodstock alla beat generation, passando per i mormoni e gli hamish, ha dato modo al desiderio dell’uomo di una vita autentica e naturale di prendere forma e corpo. Tutte queste correnti ideologiche e religiose si fondono insieme nella filosofia della comunità in cui la giovane Martha finisce - non per caso - a seguito di un’amica.


Martha vive per due anni nei dintorni di New York in una piccola comunità pacifica votata al comunismo familiare, con orto, fattoria, e capofamiglia putativo. Poi qualcosa in lei si spezza e decide di fuggire dalla sorella, che l’accoglie nella sua borghese casa sul lago. Eppure il suo passato da selvaggia contadina, non solo le rende difficile inserirsi in questa nuova comunità, ma ritorna continuamente a tormentare la sua fragile psicologia, provata da segreti oscuri e distruttivi. Con una struttura sociale rurale gestita dal padre padrone e ruoli nettamente separati per uomini e donne, la nuova famiglia della ragazza si rivela essere un nucleo di eccentrici e parassiti in cui sottomissione e violenza psicologica vengono riconosciute come leggi non scritte. I "fratelli" e "sorelle" rubano quando ne hanno bisogno, chiedono soldi ai genitori dei nuovi giovani adepti con millantate nobili motivazioni, e soprattutto costituiscono merce fresca da offrire al padre-leader per i propri scopi. La luminosa casa della sorella Lucy, diviene per Martha, il luogo in cui ricordare la violenza, le umiliazioni e le angosce provate, mentre la comune guidata da Patrick, con i suoi recinti e i suoi sbarramenti, perde la patina di libertà che tanto proclama, per diventare luogo di solitudine e soprusi.


Nonostante il soggetto non nasconda una certa originalità e la tensione sia ben costruita con sequenze di flashback e visioni paranoiche, l'esordio alla regia di Sean Durkin scorre via sincopata e lenta, con lacune narrative che lasciano lo spettatore - soprattutto nello spiazzante finale - frastornato ed incredulo. La telecamera di Durkin si muove su due piani paralleli, lungo il viaggio psichico interiore dei protagonisti. Il primo corrisponde alla natura dai toni freddi in cui agisce la famiglia/setta, l’altro alla compostezza della casa di Lucy, che si contrappone disarmonicamente allo sconvolgimento di Martha. Buona la prova degli attori che tentano di dar vita ad una piece quanto più verosimile possibile, ma che risentono del difficile coinvolgimento. L’esordiente Elizabeth Olsen presta volto e cuore alla protagonista, ma rimane smarrita nella ricerca della psicologia femminile e femminista che Martha dovrebbe avere. Gli unici che riescono a convincere davvero sono Sarah Paulson (What Women Want, Abbasso l'amore) che dà vita ad una Lucy incredula di fronte ai bizzarri atteggiamenti - apparentemente - senza motivo della sorella, e John Hawkes (Un gelido inverno) come capo della setta: carismatico, filosofo anticonsumista e demagogo, lega a sé i figli trattandoli come il gregge di pecore smarrite da portare in salvo, ma sottomettendoli ad un’intimità forzata e manipolando leggi e regole etiche per conseguire i propri interessi. Nonostante voglia essere un film sulle "reazioni umane autentiche, sulla vita autentica", questa storia dai moventi fin troppo paradossali e nessi logici poco comprensibili, non convince fino in fondo nè riesce a far tremare le barriere emotive e morali dello spettatore.



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