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La Sposa Cadavere

25/05/2012 11:00

Giuseppe Salvo

Recensione Film,

La Sposa Cadavere

C’era una volta una giovane primavera, dai germogli scarniti e aride foglie, di una tetra, innevata e candida grazia, il cui solingo spiegarsi appare come un se

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C’era una volta una giovane primavera, dai germogli scarniti e aride foglie, di una tetra, innevata e candida grazia, il cui solingo spiegarsi appare come un sentiero che scorre sempre in disparte, all’ombra di rami contorti e intirizziti. Esistono storie che valicano il comune slancio immaginifico, meravigliose fiabe che si nutrono di lamenti funebri, di amori consacrati e perduti alla luce della malinconia, rischiarati e riscaldati dal rovente focolare delle tenebre. Nella dimensione cinematografica di Tim Burton fioriscono favole di morte ed emarginazione, in una fiera di amenità che è giostra dai colori sulfurei, sfumature vivaci e personaggi malformi. Un variopinto luna park, sui cui cavalli di un carosello senza età, cavalcano insieme Dickens e Irving, i Fratelli Grimm ed Edward Wood, Harryhausen e Murnau, Tod Browning e Frank Miller, Vincent Price e James Whale, Disney ed Edgar Allan Poe: in un eterno ultimo giro, orbitano, come stelle di uno stesso sistema solare, nel vortice di lanterne magiche che è il cinema.


Il timido e insicuro Victor Van Dort è il giovane rampollo di una famiglia imborghesita di pescatori, promesso sposo alla sconosciuta Victoria Everglot, figlia di nobili in rovina intenzionati a portare a compimento le nozze filiali per risollevare le finanze della casata. Ma il primo incontro fra i due acerbi sposandi, al cospetto dei rispettivi genitori e del pastore reverendo, risulta un disastro per via della goffaggine del povero Victor, i cui modi impacciati mandano all’aria le prove del matrimonio. Afflitto per la magra figura nei confronti della futura moglie, il giovane si aggira sconsolato per le vie della città e, giunto nei pressi del cimitero antistante la chiesa, tenta di pronunciare il giuramento ripetutamente fallito durante le prove. Senza il minimo errore, lo sprovveduto e incauto Victor infila però l’anello in un ramo secco. Quando quest’ultimo si anima, dal sottosuolo emerge il cadavere di una donna che rivendicherà il suo novello sposo con tutte le proprie, amorevoli forze.


Come dimenticare Sparky, il bull terrier di Frankenweenie che attraverso la caparbietà e la solerzia tutte infantili del proprio padroncino viene riportato in vita dalla morte? Da quella giovanile e fantasiosa rivisitazione del mito di Frankenstein, il regista di Burbank ha continuato a riesumare vecchi idoli, a recuperare ritagli logori di una gioventù trascorsa al buio dei cinematografi e ricucirli assieme, aggrappato a memorie e sogni di celluloide. Attraverso uno stile visivo che si accende di atmosfere espressionistiche, afflati gotici ed effetti speciali resuscitati dall’intera storia cinematografica, Burton ha sempre permeato le sue pellicole di accenti scanzonati e bizzarri, e personaggi che esplorano sulla propria pelle - o sulle propria ossa - le infinitesimali sfaccettature poetiche della solitudine umana. E se la tecnica di animazione a passo uno prende le forme di una vera ossessione artistica fin dagli albori della sua carriera, in Corpse Bride, il regista di Beetlejuice - affiancato da Mike Johnson – eleva, digitalizzandola, la tecnica dello stop motion dall’adorabile artigianalità di Nightmare Before Christmas ad una più alta eleganza formale. Il racconto scorre come il delicato impeto dei sentimenti, separati da uno strato di terra e mondi al rovescio, in cui i morti ballano e i vivi spolverano esistenze monotone e prive di vita, e in cui le pene di un amore impossibile continuano a pulsare, anche quando il cuore spegne per sempre il suo battito. Come i due amanti che si spogliano della propria pelle - nel videoclip di Bones dei Killers -, Burton suggerisce che il peso della carne umana, con tutto il suo carico di ipocrisie e convenzioni sociali, è un filtro che imprigiona le passioni più ingenue, più sensibili e più pure dell'anima. Condito da brani e coreografie che scavano tanto da Gli Argonauti quanto dalla disneyana Skeleton Dance, La Sposa Cadavere sublima le tematiche e le visioni burtoniane in un toccante e commovente divertimento onirico, dove la diversità, la morte e la tristezza raggiungono la loro ennesima rivalsa, e dove perfino il momento del tra(s)passo diventa l’occasione per dare un calcio al grigiore dell’esistenza.



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