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Le paludi della morte

31/05/2012 11:00

Roberto Semprebene

Recensione Film,

Le paludi della morte

La musica dolente composta da Dickon Hinchcliffe, un blues che rimanda immediatamente al sud degli Stati Uniti, ci introduce nella realtà di Mike Souder (Sam Wo

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La musica dolente composta da Dickon Hinchcliffe, un blues che rimanda immediatamente al sud degli Stati Uniti, ci introduce nella realtà di Mike Souder (Sam Worthington) e Brian Heigh (Jeffrey Dean Morgan), detective della omicidi nella tutt’altro che ridente Texas City. I due sono personaggi molto diversi: iracondo e nervoso il primo quanto apparentemente calmo e accomodante il secondo, presentano entrambi una tensione interiore molto forte, alimentata anche dai fatti sui quali si trovano ad indagare: vicino alla città, fuori dalla loro giurisdizione, esiste un luogo inquietante, i cosiddetti Killing Fields, un’area paludosa in cui vengono rinvenuti numerosi cadaveri di giovani donne. La differenza di vedute rispetto al loro grado di coinvolgimento nel caso e le diverse piste sulle quali i due scelgono di indagare, anche a causa del coinvolgimento dell’ex moglie di Mike (Jessica Chastain), sembrerebbe accentuare la distanza fra i due. Tuttavia la coppia si troverà spalla a spalla nel momento in cui viene rapita Ann (Chloe Grace Moretz), una ragazzina del posto che nessuno dei due intende far diventare l’ennesima vittima delle paludi.


Opera seconda di una regista dal cognome che conta, Ami Canaan Mann (figlia di Michael), Le paludi della morte è un thriller cupo e amaro, che nel proporre le tipiche situazioni del genere riesce anche a farsi affresco e deprimente specchio della provincia del Sud statunitense. Tutti i personaggi portano i segni del contesto in cui vivono e che affrontano ognuno a modo proprio: Mike col cinismo e la violenza, Brian affidandosi alla fede, gli altri ad emozioni che oscillano dalla paura alla rassegnazione. In tal senso molto valido è il lavoro del cast, che annovera sicuramente grandi interpreti, tutti ben calati nei propri ruoli e capaci di trasmettere i turbamenti e le tensioni di cui i personaggi sono portatori. L’occhio della macchina da presa guidato dalla Mann raccoglie tutte queste sfumature con buona perizia, costruendo una narrazione tesa, accompagnata da una colonna sonora efficace nel contribuire a costruire le atmosfere della pellicola. Onore ad una regista che dimostra abilità nel realizzare un film non particolarmente originale - e per certi versi ampiamente prevedibile - ma girato e montato con attenzione. Un thriller solido, con venature noir e la capacità di mescolare azione e riflessione, aspetti che lo rendono una proposta differente nel panorama dei film di genere.



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