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Chef

01/06/2012 10:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Chef

Jacky Bonnot (Michael Youn) è un uomo di trentadue anni con una smodata passione per l’arte culinaria...

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Jacky Bonnot (Michael Youn) è un uomo di trentadue anni con una smodata passione per l’arte culinaria. Tuttavia, per mantenere la moglie Bèatrice (Raphaelle Agogué), incinta del loro primogenito, Jacky è costretto a rinunciare alle proprie velleità, svolgendo dei lavori saltuari, come fare l’imbianchino di una casa per anziani. Proprio qui, l'aspirante cuoco troverà un sotterfugio per intrufolarsi in cucina e modificare il menu. Il grande Chef Alexandre Lagarde (Jean Reno), in crisi creativa, è alle dipendenze di un uomo che vuol trasformare il suo ristorante tre stelle in un moderno quanto asettico locale. Dopo aver assaggiato una zuppa di Jacky, Alexandre decide di assumerlo, per uno stage gratuito, nella speranza di riuscire a mantenere la terza stella gastronomica.


La cinematografia francese colpisce ancora: Chef è solo l’ultimo di una lunga serie di pellicole françaises che arrivano sul territorio italico, pronte a ritagliarsi una fetta consistente di pubblico. Spensierato e divertente, il film di Daniel Cohen, regista acclamato al Festival Internazionale del Film di Roma per lo splendido Kill me please, è una commedia culinaria dove, a farla da padrone, sono le interpretazioni dei protagonisti, che riescono a interagire alla perfezione, con tempi comici pressochè perfetti. La liaison che viene ad instaurarsi tra Jacky e Alexandre, con un tocco di complicità goliardica, è l’elemento che più di tutti riesce a fare della pellicola un prodotto gradevole, che non avanza alcun tipo di pretesa stilistica nel suo intento di divertire. Memorabile, in questo senso, è la sequenza dello spionaggio culinario, in cui Jean Reno indossa i panni iconografici di un vecchio samurai giapponese, mentre Michael Youn si lascia andare all’interpretazione di una geisha danzante.


Il rapporto che lega i due cuochi – uno che si affaccia per la prima volta sul mondo della grande cousine e l’altro sul viale del tramonto – somiglia molto a quel tipo di sfegatato fanatismo che caratterizza molto l’universo artistico contemporaneo: Jacky è un vero fan di Alexandre, conosce la sua cucina meglio dello chef stesso, e non si fa scrupoli a palesare la propria totale ammirazione, finendo per somigliare ad una groupie più che ad un sous chef. Questo sentimento di idolatria, man mano che la pellicola avanza, si trasforma in un rapporto di profonda amicizia e mezzo di crescita. Jacky scopre la sua vera ambizione, e Alexandre riscopre se stesso, non solo come chef, ma anche – e soprattutto – come uomo e padre. Dal punto di vista meramente narrativo Chef non presenta alcuno spunto originale, né innovazioni che lo possano innalzare al di sopra della media; anzi, i suoi rimandi - ad esempio al capolavoro di casa Pixar Ratatouille – non fanno alcunché per celare la sensazione di déjà-vu. La sceneggiatura lineare e trasparente, che non inganna né tenta lo spettatore, permette una fruizione di fluido intrattenimento, reso ancora più spassoso dalle gag ricorrenti tra i due protagonisti.


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