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le parti noiose tagliate

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Leroy

03/06/2012 10:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Leroy

Leroy ha 17 anni...

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Leroy ha 17 anni. Ha origini africane ma si sente tedesco a tutti gli effetti. Vive serenamente tra la scuola e gli amici, ma quando la bella Eva si innamora di lui, iniziano i problemi. I due ragazzi dovranno infatti affrontare l’ostilità della famiglia di lei, profondamente razzista. Sarà l’amore a dare a Leroy ed Eva la forza per superare le difficoltà e, grazie alla musica e agli amici, ritrovare la serenità.


Dal Giffoni Film Festival, un ritratto ingenuo, tra l’hippy e il black power, della Germania multietnica che si scontra con i pregiudizi della classe borghese e destrorsa. Protagonista è Leroy, afro-tedesco con amici palestinesi e greci, e una fidanzata ariana, la bionda Eva. L’amore dei due novelli Romeo e Giulietta è ostacolato dai genitori di e dai cinque fratelli skin-head di lei. Di base la pellicola è innocente e scanzonata, si balla e si propagano buoni sentimenti, sull’innocuo e visitatissimo tema della musica come riscatto sociale. Le presunte scene drammatiche sono brevissime e appena accennate, il lieto fine è annunciato dopo pochi minuti, e i ruoli non potrebbero essere più stilizzati con luoghi comuni che si sprecano dall’inizio alla fine. Nonostante il film sia rivolto ad un pubblico di ragazzi tra i 12 e i 14 anni, e vi siano dunque tollerate alcune ingenuità e buonismi, la pellicola di Völckers appare come un'esplorazione di banalità disarmanti. La propensione degli africani al ritmo, l’eredità nazista della Germania, l’amore che trionfa sono alcuni dei principali assunti del film e, ironia a parte, c’è poco da ridere in una pellicola dove i pappagalli dei genitori destroidi della protagonista portano i nomi dei generali di Hitler. Il torto di Leroy sta non tanto nella vicenda del film, il cui soggetto, seppur semplice, risulta godibile, ma nella strutturazione stessa della storia, che si lega indissolubilmente all’incapacità del più importante festival di cinema per ragazzi di ritagliare, al proprio interno, uno spazio per film capaci di raccontare a teen-agers e pre-adolescenti - sempre più svegli - i conflitti della società.



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