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Ong Bak 3

10/06/2012 10:00

Giacomo Ferigioni

Recensione Film,

Ong Bak 3

Con Ong Bak 3 si conclude una delle trilogie più sorprendenti, perlomeno dal punto di vista di pubblico, degli anni 2000...

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Con Ong Bak 3 si conclude una delle trilogie più sorprendenti, perlomeno dal punto di vista di pubblico, degli anni 2000. Capace, a distanza di anni dall'apice di un genere come il gongfupian, di ripercorrere i fasti dei più noti predecessori e di riuscire a consacrare una nuova stella, quella di Tony Jaa, pronta ad affiancare i già noti Bruce Lee, Jackie Chan e Jet Li nell'immaginario dei fan del genere. Che questo corpus di film, poi, sia meritevole o meno, conta in parte: ma, ai tempi del primo capitolo della saga (girato nel lontano 2003), già ci eravamo espressi con favore nei confronti di questa sarabanda di combattimenti estremamente soddisfacente nel costruire, coreografare, mettere in scena quello che erano il proprio pezzo forte e nel saper intrattenere lo spettatore nei momenti che intercorrevano tra la fine di un combattimento e l'inizio del successivo.


I seguiti avrebbero brutalmente cambiato le carte in tavola: via il regista Prachya Pinkaew (finito a girare Chocolate, una sorta di seguito di Ong-bak con protagonista in gonnella); via soprattutto l'ambientazione contemporanea, sostituita da una tormentosa Thailandia del quindicesimo secolo, introdotta nel prologo del secondo capitolo (Ong-bak 2 – La nascita del dragone, 2008), da una tanto lunga quanto ammorbante spiegazione che finirà per rispecchiare un film privo di remore nell'annacquare le pur belle scene di combattimento con noiose sottotrame e, più in generale, dando peso ad una cornice storica che avrebbe potuto tornare comoda solo per dare ampio sfoggio di un budget triplicato rispetto al primo capitolo. Il terzo film, che inizia proprio dove il secondo lasciava, non rigetta questo modus operandi, limitandosi a cambiarne le componenti: non più prolisse lezioncine di storia, ma poderose parentesi dedicate al trascendente, che permettono a Jaa (coadiuvato, in sede di regia, dal coreografo Panna Rittikrai) di porgere idealmente una cornucopia di smorfie e versi da antologia, effetti speciali oltre i confini del kitsch e one-liner da brivido (“Io sono la mia stessa forza”). Non si condanna a priori il tentativo di aggiungere spessore drammatico ad una delle tipiche trame gongfupian di vendetta. Ma detto spessore necessita di attori credibili (e il film non ne ha, se non quando arriva il momento di menare le mani) e di sceneggiature, se non oliate alla perfezione, perlomeno sufficientemente robuste.


Di tutto ciò, il film in questione sembra essere privo. Ormai dimentico della giocosa levità del capostipite, si trascina stancamente per strade già viste, circondando il suo protagonista con personaggi già visti. Scostante, confusionario e sprezzante del ridicolo, Ong Bak 3 rifugge anche le più banali attenuanti del genere: se del secondo capitolo potevamo salvare le scene di combattimento, qui il protagonista viene coinvolto solo in due combattimenti. Il primo, dopo pochi minuti, mentre tenta di ribellarsi alle guardie di Lord Rajasena (Sarunyu Wongkrajang) prima di venire sottoposto a minuti e minuti di torture; il secondo, in coda al film, contro quello che si rivelerà essere il suo vero nemico, una specie di mistico guerriero, con un soprannome che fa temere riferimenti illustri (Il Corvo), poteri magici, movenze sincopate, ridicola voce tra il cavernoso e il robotico e, ça va sans dire, incredibili capacità nel combattimento. Si tratta di combattimenti invero spettacolari, specie se si evita di considerare quella fastidiosa disposizione al ralenti che già affliggeva il predecessore; tutto ciò che sta in mezzo, però, è riempito da meditazioni sotto le cascate, inquadrature del Buddha, pedanti flashback virati blu e scenografie in polistirolo che nemmeno Cabiria.


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