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Un amore di gioventù

18/06/2012 11:00

Martina Calcabrini

Recensione Film,

Un amore di gioventù

Erano i lontani anni ’80 quando Il tempo delle mele cominciava a spopolare in tutto il mondo...

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Erano i lontani anni ’80 quando Il tempo delle mele cominciava a spopolare in tutto il mondo. L’irruenta storia d’amore tra i due protagonisti confermava che il primo amore non si scorda mai. È la prima emozione forte che colpisce il cuore di un individuo lasciando segni (e cicatrici) che il tempo non sempre riesce a cancellare. Ispirandosi al compatriota Claude Pinoteau, la regista Mia Hansen-Love realizza una pellicola romantica e sentimentale che si configura come un vero e proprio inno all’amore, quello vero.


Parigi, 1999. Camille e Sullivan sono due giovani adolescenti che si innamorano perdutamente l’uno dell’altra. Al termine dell’estate, però, il ragazzo decide di partire con due amici per visitare il Sudamerica. All’inizio Sullivan le scrive una lettera quasi ogni giorno ma, mano a mano che passano i mesi, il giovane cede alle tentazioni dei luoghi e decide di porre fine alla storia d’amore. Camille, sola e spaesata, impiega anni per superare il trauma e ricomincia a vivere quando incontra Lorenz, un architetto norvegese con cui condivide il lavoro e le passioni. Appena la sua vita sembra essersi stabilizzata nuovamente, però, Camille rincontra Sullivan.


Al suo terzo lungometraggio, la regista francese sa come trattare le emozioni. Curando la regia e la sceneggiatura della storia, Mia Hansen-Love realizza un prodotto delicato e aggraziato, capace di riflettere in modo intelligente sulla fragilità dei sentimenti umani. Camille, interpretata dalla bravissima (e quasi esordiente) Lola Créton, è una ragazza sensibile e immatura che, in balia della sua tenera età, crede fermamente che l’amore sia l’unica soluzione a tutti i problemi. Per questo motivo, ama Sullivan in modo totale e incondizionato, concedendovisi anima e corpo. Il ragazzo, invece, curioso di esplorare il mondo e conoscere l’“arte dell’amore” nelle sue svariate forme, rinuncia a lla ragazza e infrange tutte le promesse che le aveva fatto, sconvolgendola. La fotografia della bravissima Stephane Fontaine (Il profeta e The next three days), colora e articola la relazione tra i personaggi e l’ambiente richiamando quella delicatezza e quella naturalezza che il pittore Monet applicava in quadri come Colazione sull’erba e Ninfee. Quando l’idillio amoroso tra i protagonisti arriva inevitabilmente al capolinea, l’angelica voce della cantautrice cilena Violeta Parra, artefice di Gracias a la vida e Volver a los 17, prende il sopravvento in ogni fotogramma ed esprime il dolore e il senso di vuoto che agita l’esistenza di Camille. Le lacrime non leniscono il dolore, l’isolamento ermetico non cancella i ricordi e il tentativo di suicidio non raggiunge l’obiettivo. La ragazza, allora, non si arrende, continua a sperare di ritrovare il suo amore perduto, intrappolata nell’illusione che un vecchio sogno sia meglio di una realtà concreta e tangibile. La storia è narrata da un narratore esterno, onnisciente e demiurgo che simpatizza chiaramente per la ragazza e la sostiene. Mia Hansen-Love si avvicina ai personaggi, (quasi) li accarezza, ma non è mai invasiva né invadente. Li lascia liberi di sbagliare, di piangere, di pentirsi e di tornare sui propri passi, di percorrere l'unica strada possibile di crescita.


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