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Cronaca di un assurdo normale

24/06/2012 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Cronaca di un assurdo normale

«Ho bisogno di fare un’opera che mi rappresenti»...

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«Ho bisogno di fare un’opera che mi rappresenti». È con voce intrisa di rabbia e disperazione che Stefano Calvagna fa questa promessa che viene mantenuta, agli occhi dello spettatore, nel momento stesso in cui le parole riecheggiano nel buio della sala. A distanza di tre anni dal suo ultimo lavoro cinematografico, L’ultimo ultras, il regista torna sul grande schermo con un’opera personale e soggettiva, che fa del linguaggio metacinematografico la sua tecnica privilegiata. Lo spettatore guarda la pellicola fatta e conclusa, ma allo stesso tempo la segue in fieri, la vede nascere e ne percorre le dinamiche: sia quelle artistiche, che quelle umane, sempre nascoste dietro una qualsivoglia forma d’arte.


Cronaca di un assurdo normale è la storia, realmente accaduta, che ha visto Stefano Calvagna come protagonista. Nel febbraio del 2009 l’uomo è stato vittima di un tentativo di omicidio. Prima ancora di rendersi conto della realtà dei fatti, Calvagna venne arrestato e portato nel carcere romano di Regina Coeli. Tra le varie accuse che gli vennero mosse, fece scalpore quella che presupponeva che l’uomo avesse inscenato da solo il proprio tentato omicidio. La pellicola è il resoconto dei 127 giorni di isolamento in carcere, delle speranze distrutte, dei contatti con la malavita e con le realtà sotterranee all'interno della prigione, e soprattutto del desiderio di libertà.


Tratto dall’omonimo romanzo dello stesso Stefano Calvagna Cronaca di un assurdo normale è un film difficile, duro da digerire. L’idea di partenza è senz’altro interessante, purtroppo la resa ne abbassa il livello, risentendo di un soggettivismo troppo rimarcato. Ad emergere dalla narrazione è l’amore di Calvagna per la vita, nella sua accezione più totale: dall'anelito umano alla libertà individuale, ai rapporti d’amore e d’amicizia, passando anche per la passione per il calcio e la fede biancoazzurra. E soprattutto il cineasta insiste sul valore quasi catartico dell’arte, capace di esorcizzare demoni e spettri personali. Non a caso il film verte sul bisogno impellente da parte del regista di raccontare la sua storia, di renderla accessibile ad un pubblico – ideale o reale poco importa – in modo da potersi liberare del suo peso. Tuttavia, più che una pellicola vera e propria, il film di Stefano Calvagna è l’esplosione di un grido mai sopito, di un deliberato attacco alla realtà giudiziaria da cui il regista si è sentito sopraffatto, ingiustamente. È evidente come il regista non sia comprensibilmente riuscito a lasciarsi alle spalle le sue disavventure: da ciò emerge un racconto di fuoco che si accende senza preoccuparsi troppo della ricezione spettatoriale. Di certo non si rimane distaccati dinanzi alla storia raccontata, ma non si riesce nemmeno a provare quei forti sentimenti alla base della storia. A mancare è una sorta di rilettura a freddo, di distacco emotivo utile anche a smussare alcuni punti deboli dell'opera. Primo tra tutti una recitazione artificiale e quasi sempre di stampo più televisivo che cinematografico, che sembra ricalcare i toni dei vecchi melodrammi del tubo catodico. Di certo gli interpreti non sono aiutati dalla sceneggiatura, talvolta retorica, che induce il cast ad usare un tono stucchevole. Anche la struttura narrativa presenta alcune falle: i continui salti temporali, voluti e ricercati dal regista nel tentativo di velocizzare il racconto, rischiano di farlo incespicare in alcuni punti fondamentali. Detto questo, però, va riconosciuto a Calvagna il merito di non essersi arreso davanti alle molte difficoltà emerse intorno alla lavorazione del film. Il risultato è tutt’altro che memorabile; va comunque apprezzato per lo sperimentalismo di cui si fa portavoce e che, nonostante tutti i vari deficit, rimane presente e sospeso, come un pugno nello stomaco.


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