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L'abominevole Dr. Phibes

06/07/2012 10:00

Giuseppe Salvo

Recensione Film,

L'abominevole Dr. Phibes

«Soltanto quando uccido» sospirava il mostro di Dussendorf nei suoi vaneggiamenti schizofrenici...

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«Soltanto quando uccido» sospirava il mostro di Dussendorf nei suoi vaneggiamenti schizofrenici. Solo allora gli squarci mentali e le neuronali lesioni della follia omicida si sanano in mostruosi simulacri di violenza, solo allora un assassino trova il compimento purificatore della propria insana e corrotta natura, soltanto nella privazione della vita altrui la cancrena pulsante di un profilo comportamentale infetto viene estirpata, tamponata, per poi rigenerarsi in una dannata ed eterna epimorfosi dell’orrore. Speculare a questa abietta catarsi, il diletto fruitivo diventa lo spazio in cui consumare manciate di masochistica adrenalina. Da Peter Lorre e dalla sua apologia omicida ha visto prendere vita – e morte – l’albero genealogico dei serial killer di celluloide, e se a Fritz Lang va attribuito il seme di tale prolifica paternità, a Robert Fuest ci sentiamo di doverne riconoscere la sua più bizzarra e altrettanto feconda variante.


Una rete di curiose uccisioni sconvolge Londra. Scotland Yard si trova a dover indagare sul ritrovamento dei cadaveri di alcuni eminenti medici, ognuno dei quali assassinato in circostanze a dir poco inusuali: chi viene sopraffatto dai pipistrelli nella propria camera da letto, chi viene dissanguato all’interno della propria abitazione, a chi viene compresso il cranio da una ingegnosa maschera di carnevale durante una festa, chi preso d’assalto dai topi durante un volo aereo. Mentre la polizia brancola nel buio, l’ispettore Trout (Peter Jeffrey) apprende che, oltre alla professione, un evento del lontano passato accomuna le vittime. Tutti facevano parte dell’equipe del dottor Vesalius (Joseph Cotten) durante uno sciagurato intervento chirurgico di molti anni prima, in cui una certa Victoria Phibes perse la vita sotto i ferri. Adesso qualcuno sembra voler punire i nove i responsabili, attraverso un modus dettato da una macabra ispirazione biblica.


Affabulante e barocco, L’abominevole Dr. Phibes è un embrione ancora umido di placenta, meraviglioso e imprevisto nel suo venire alla luce, informe come la materia grezza eppure compiuto nella sua organica perfezione. Fuest, regista e ancor prima scenografo londinese, proveniente dal telefilm cult degli anni sessanta Agente Speciale, per il suo quarto lungometraggio allestisce una galleria vintage di visionario pathos mortifero e art déco, in cui l’originale retrospettiva sulla morfologia killeristica viene rappresentata in una nuova ed eccentrica accezione espressionistica. Per mezzo della teatrale solennità di un Vincent Price che presta il volto al Dr. Phibes, e di questo giustiziere sfigurato che a sua volta interpreta una propria rilettura compositiva de Il Fantasma dell’Opera, viene portato in scena un almanacco degli usi e consumi della vendetta, attraverso i più bislacchi e ricercati marchingegni visivi – da applausi la carnascialesca maschera di rana e il tranello finale della chiave - di una ancora più grottesca ars moriendi. Fuest convoglia stimolazioni ed affinità estetiche disparate che scivolano senza alcuna doglia dal kitch all’eclettismo sfrenato, non utilizza maschere per camuffare la prevedibilità delle dinamiche psicologiche, e punta le luci di questa grandguignolesca messa in scena sulle soluzioni scenografiche e sugli ingranaggi ad orologeria, illuminati da un irresistibile humour che osa terribilmente. Risulta impossibile anche solo immaginare che l’ispirazione di moderni cineasti come Burton o il Raimi di Darkman, gli eccessi dei vegeance tarantiniani, o simulacri del gusto contemporaneo come Seven e Saw, potessero ugualmente partorire i loro deliri pittoreschi e visionari prescindendo da un piccolo capolavoro come questo.


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