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Travolti dalla cicogna

22/07/2012 11:00

Martina Calcabrini

Recensione Film,

Travolti dalla cicogna

Una gravidanza non è mai come te la aspetti...

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Una gravidanza non è mai come te la aspetti. I libri sulla maternità raccontano le gioie e i dolori che precedono o seguono l’evento, eppure i neogenitori hanno sempre l’impressione di non essere mai abbastanza preparati. Il regista francese Rémi Bezançon affronta l’argomento con i toni comici di Travolti dalla cicogna, trasposizione cinematografica del romanzo Lieto Evento di Eliette Abécassis.


Barbara (Louise Bourgoin) è una giovane studentessa appassionata di cinema che, regolarmente, si reca nella videoteca vicino casa per noleggiare film molto rari. Qui conosce Nicolas (Pio Marmaï), il giovane commesso, cinefilo incallito che rimane colpito dalla sua bellezza. I due, accomunati dalle stesse passioni, ben presto si innamorano e decidono di andare a vivere insieme. Giovani e spensierati scelgono di fare un figlio, ignari di come questo possa cambiare, inesorabilmente, le loro vite.


Nonostante il titolo italiano faccia presupporre che il regista di Le premier jour du reste de ta vie abbia realizzato una commedia ironica e divertente, Travolti dalla cicogna si rivela essere una pellicola drammatica e sentimentale che cerca di far riflettere lo spettatore sull’importanza del più grande “lieto evento” della vita. La storia, narrata dalla voice over di Barbara, divisa tra la scrittura della tesi e la dedizione a Nicolas, subisce un’improvvisa virata quando i suoi ormoni vengono scombussolati dalla presenza della piccola Lea, che, niente più che un piccolissimo feto, manipola corpo e mente della futura mamma. Con una sorta di “alieno” che si sviluppa nel suo utero, Barbara perde lentamente il controllo della sua vita e torna a bramare l’indipendenza perduta. "Ero solo un abisso, un vuoto, un nulla. Ormai ero diventata madre. Non avevo più il diritto di essere infelice". Poche parole, taglienti come lame, portano alla rottura della storia tra Barbara e Nicolas e lasciano la piccola Lea alle esclusive, seppur impacciate, cure paterne.


I cliché del genere ci sono tutti: una suocera austera e dittatrice, una madre inadeguata e impreparata, un marito affetto dal complesso di Edipo, e - inevitabile - il colpo di testa della donna. Rémi Bezançon, lontano anni luce dalla freschezza e dalla vivacità dell’American Life di Sam Mendes, realizza un prodotto modesto e centrifugo che, fotogramma dopo fotogramma, perde la verve originale con la quale parte. Inizialmente la pellicola presenta alcune trovate sceniche e scenografiche molto originali, realizzate con colori sgargianti e vivaci, degne eredi de Il favoloso mondo di Amèlie. La fotografia, curata da Antoine Monod, finisce per increspare e attenuare i colori che, inizialmente, caratterizzavano l’aulico rapporto di coppia. Bezançon, seguendo pari passo l’esigenza realistica del collega, passa da riprese fluide ed elaborate a serrati, piccoli, piani sequenza che riflettono la monotonia di una vita sempre più spenta e, quasi, interrotta. Messe da parte divagazioni filosofiche che imprigionano la mente e dominano il corpo, Barbara riuscirà a riprendere pieno possesso della sua vita, perché sempre più convinta che "col tempo, tutto passa ma quello che resta in maniera misteriosa è la vita".



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