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L'estate di Giacomo

25/07/2012 10:00

Erika Pomella

Recensione Film,

L'estate di Giacomo

Giacomo (Giacomo Zulian) è un giovane diciottenne affetto sin dall’infanzia da ipoacusia...

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Giacomo (Giacomo Zulian) è un giovane diciottenne affetto sin dall’infanzia da ipoacusia. Nell’estate che segue il conseguimento della maturità e il proverbiale passaggio all’età adulta, insieme all’amica d’infanzia Stefania (Stefania Comodin), il ragazzo decide di raggiungere le dorate sponde del Tagliamento attraverso sentieri di campagna poco battuti. Sarà sulle rive del fiume che Giacomo muoverà i primi passi non solo verso l’età adulta, ma anche attraverso un mondo nuovo, fatto di suoni e bisbigli, che la malattia gli aveva sempre precluso.


I Dupap cantano in sottofondo Fifteen years ago mentre Stefania e Giacomo costruiscono il loro futuro su un presente pieno di malinconia, di attimi rarefatti, prolungati in una contemplazione quasi filosofica, resa emozionale dalla fotografia di Tristan Bordmann e curata dallo stesso regista. Il pulviscolo dorato che danza sopra la superficie cristallina del Tagliamento rimanda la sospensione nella quale sono imprigionati i protagonisti, a metà strada tra l’amicizia innocente dell’età più spensierata e i primi ardenti desideri di un contatto umano più intimo, più sfrontato. Il picnic sulla spiaggia – a cui seguirà la festa del paese – è il sotterfugio che Alessandro Comodin utilizza per descrivere la parabola di un’adolescenza non necessariamente ancorata alla metropoli, alla quale spesso si legano corruzione e vuoto ideologici. L’adolescenza di Comodin è un mondo sospeso a mezz’aria, tra il piacere della scoperta e la paura per un futuro che incombe, fra la nostalgia di qualcosa che si è perso e la trepidante attesa di tutto quello che dovrà arrivare. In questo il regista è senz’altro abile nell'inserire la metafora del ragazzo che scopre un mondo tutto sensoriale che lo circonda. Giacomo non si limita ad accettare la crescita e i cambiamenti ormonali legati ad essa: egli letteralmente disvela l’universo circostante, lasciandosi avvolgere dai rumori di una natura inedita, dove acqua e vento rimandano suoni nuovi, entusiasmanti, che facilmente si sposano con i suoi sentimenti e quelli di Stefania.


La crescita di Giacomo – che si concentra in un’estate dai colori caldi – è la crescita che si palesa attraverso una comunicazione difficoltosa, lenta, in cui lo spettatore deve essere aiutato dalla presenza dei sottotitoli. Ed in questa stagione del risveglio emotivo c’è di che commuoversi, di che lasciarsi emozionare. La nostalgia per le proprie, indimenticabili estati è la base per una fruizione partecipativa, che si immerge con consapevolezza in una malinconia dorata, entusiasmandosi di quel dolce dolore che accompagna i ricordi. Eppure c’è anche qualcosa che fa storcere il naso: il continuo tentativo di filosofeggiare sulla vita e sul futuro, alla lunga, indispettisce perché lontano da qualsiasi ambizione di verosimiglianza. A ciò si aggiunga un finale affrettato che provoca una frattura all’interno della narrazione e sfilaccia il lavoro diegetico svolto da Comodin. Classe 1982, il giovane regista esordiente dimostra comunque di saper maneggiare il mezzo cinematografico con una grazia non indifferente, capace di mettere in scena un universo quasi fiabesco, al quale però andrebbe dato maggiore spessore. Con la sua macchina a mano quasi invadente, e ricercati artifizi registici, l'esordio di Comodin si staglia, in un panorama italiano spesso troppo autoreferenziale e uguale a se stesso, come una fresca promessa per un cinema nuovo.


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