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The Story of Film

23/09/2012 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

The Story of Film

The Story of Film è un documentario ambizioso, così tecnicamente ineccepibile che sembra impensabile come opera concepita per la televisione...

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The Story of Film è un documentario ambizioso, così tecnicamente ineccepibile che sembra impensabile come opera concepita per la televisione. Invece è stato presentato per la prima volta proprio sul piccolo schermo, sul canale digitale della britannica Channel4, in 15 capitoli di un'ora ciascuno per una durata totale di 900 minuti. Regista e narratore è Mark Cousins, critico irlandese già noto ai teorici del cinema per l’omonima pubblicazione del 2004: nel suo saggio Cousins sostiene la tesi – a voler vedere bene neanche troppo innovativa - che i registi siano influenzati nelle loro opere, oltre che dalla contemporaneità, da un sostrato storico di film che stanno al patrimonio culturale di ogni cineasta quanto i classici letterari stanno a quello di uno scrittore. Nel suo saggio Cousins crea parallelismi tra pellicole di epoche lontanissime fra loro, basandosi sui generi e su alcuni archetipi - l’opposizione eroe/antieroe, il viaggio, il tema odissiaco, la guerra - fondanti per qualsivoglia opera d’arte. Nelle teorie di Cousins c’è poco di innovativo, almeno da un punto di vista narratologico, in compenso il panorama di possibilità associative presentate dal regista irlandese nel suo libro ha dato vita ad una maestosa opera cinematografica.


La storia del cinema tracciata da Mark Cousins inizia nel 1890, con l’invenzione dei fratelli Lumiere, quella “destinata a non avere successo commerciale”, e arriva agli anni 2000. Un migliaio i film citati, insieme a registi e ad attori che da soli riassumono la storia breve, poco più di 100 anni, dell’ultima arte, ad oggi la più studiata.


Anche se The Story of Film rimane un’opera grandiosa - per ideazione, mole e materiale raccolto –, non si può evitare di notarne i numerosi difetti, per lo più tutti contenutistici. Il torto più eclatante del film di Cousins è di certo quello di essere troppo tendenzioso. I collegamenti ipertestuali stabiliti tra epoche cinematografiche lontane fra loro e tra registi diversissimi sono giustificati da Cousins unicamente mediante l’eccezionale materiale documentario a disposizione (interviste sui set, fonti disponibili, dichiarazioni di registi, tecnici, attori) e non attraverso una efficace tesi storiografica. La volontà di tracciare a tutti costi inesistenti fili rossi tra cinematografie diverse, finisce per tradire Cousins lasciando talvolta persino intravedere una visione occidentalistica della Settima Arte. Il cinema orientale per esempio è trattato per lo più nel documentario come miniera d’oro per Hollywood e l’accostamento di Kurosawa e Lucas non appare più giustificato di quello tra De Sica e Scorsese. Ciò che può essere interessante leggere in un poderoso saggio non può essere risolto nella trasposizione filmica solo con qualche intervista e spezzoni di pellicola. Il dubbio che sorge è che, per timore di creare un’opera troppo intellettualistica - sul modello di Histoire(s) du cinéma di Godard - Cousins abbia voluto a tutti i costi stabilire collegamenti tra il passato e il contemporaneo, senza curarsi troppo di agire con correttezza storiografica. Neanche questo accorgimento però è sufficiente a rendere di più facile ricezione il documentario di Cousins. La difficoltà strutturale presentata alla distribuzione dalla durata di 15 ore ne ha imposto lo scardinamento - due volte sole infatti The Story of Film è stato presentato nella sua interezza, all’ International Film Festival di Toronto nel 2011 e al MOMA di New York lo scorso febbraio – e la conseguente riduzione dei singoli episodi a puntate televisive. Se a questo si aggiunge la difficoltà dello spettatore ad orientarsi in mezzo al bombardamento di titoli, nomi, volti e date, se ne ricava un prodotto che, per ragioni diverse, non lascia del tutto contenti gli studiosi del cinema né gli appassionati.



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