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Obiettivo Annie Leibovitz

29/09/2012 10:00

Vito Sugameli

Recensione Film,

Obiettivo Annie Leibovitz

Annie Leibovitz è una fotografa che ha immortalato il Novecento con talento e passione, cercando di instaurare un rapporto stretto tra lei e il soggetto, attegg

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Annie Leibovitz è una fotografa che ha immortalato il Novecento con talento e passione, cercando di instaurare un rapporto stretto tra lei e il soggetto, atteggiamento che le ha permesso di mantenere una ricerca estetica coerente e sul filo della contestazione. Un'osservatrice nomade: i genitori l'avevano abituata sin da piccola a guardare il mondo dalla cornice del finestrino della loro station wagon, così quando cominciò a girare il mondo curando le copertine di Rolling Stone (magazine le cui radici hippie gli davano una certa libertà editoriale) si disse veramente felice. Aveva raggiunto il controllo dell'inquadratura. Il metodo scelto prendeva a schiaffi le attuali leggi sulla privacy, dopotutto erano gli anni Sessanta: rincorreva gli artisti in tournée, condivideva con loro i luoghi, situazioni d'intimità e svaghi pericolosi (vedi parentesi droghe), finendo per essere presente nei momenti meno ovvii e lasciando agli altri le pose canoniche. Nessuno osava allontanarla, l'integrazione era il fondamento di quegli anni. Si spiega così il motivo per cui i suoi lavori palesano tanta spontaneità: sono fedeli alla realtà, tanto semplici da occultare quel senso di pretenziosità intellettuale o di estetismo glamour. Il suo è un punto di vista unico: indipendentemente dal tipo di fotografia (ritratti, reportage, copertine) sono occasioni che le permettono di cogliere attimi e renderli immortali, senza nascondere i difetti che, in quanto tali, sono rappresentativi di un'epoca, di un'artista o di una composizione, e nei quali chiunque ricercherà un significato.


Obiettivo Annie Leibovitz permette all'acclamata fotografa di passare davanti l'obiettivo per raccontare la sua esperienza di vita attraverso l'arte fotografica. In questo percorso rivelatorio del suo io, mette in evidenza la sua vulnerabilità come donna contrapposta alla sua statuaria attendibilità professionale, tra immagini e cronaca, pensieri intimi e universali. La sorella Barbara - regista del documentario - la segue come un'ombra tra i set appena allestiti o durante gli spostamenti in macchina, mostrando un'autenticità che sarebbe stata difficile ottenere se a seguirla fosse stato un estraneo. E non meno importante, fa di tutto per evitare un approccio monotematico. Il documentario non si limita a sviluppare un rullino personale in ordine cronologico: il movimento hippy, la droga, l'amore, il cinema, la guerra, la musica, fino a riconoscere alla morte il diritto all'esistenza, Annie Leibovitz è il filo conduttore di una ricostruzione storica enigmatica e affascinante. La stretta connessione tra i luoghi visitati, la ricerca della perfezione dell'immagine e la celebrità del soggetto fotografato, hanno da subito identificato e parzialmente circoscritto il suo cosmo creativo. Un'artista dall'estro stravagante che il successo commerciale non è riuscito a intaccare, in virtù del contributo fotografico e del terremoto mediatico che i suoi lavori puntualmente genera(va)no. Due esempi veloci: la foto shock di John Lennon nudo avvinghiato a Yoko Ono, scattata qualche ora prima del tragico assassinio (allora la rivista uscì privata dei titoli di copertina) e il pancione gravido di Demi Moore per Vanity Fair. Se è vero che i suoi scatti hanno raccontato frame alla volta il cambiamento socio-politico americano, Barbara Leibovitz si è servita dei canonici 24 fotogrammi al secondo per far muovere coerentemente il pensiero creativo di chi, con quel fisico esile e lo sguardo coperto da enormi occhiali da vista, ha lasciato in eredità un archivio fotografico che meglio di altri testimonia la dissolvenza del tempo. Obiettivo Annie Leibovitz trasuda passione e unicità. Un attestato emozionale diretto con gusto e consolidato da un'azzeccata colonna sonora non originale, con Le vent nous portera di Noir Désir scelto come tema portante. Sfortunatamente il pathos accuratamente sostenuto durante il girato frena nel finale, che tronca di netto l'empatia fino a quel momento mantenuta ai massimi livelli.


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