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Cave of Forgotten Dreams

13/10/2012 11:00

Vito Sugameli

Recensione Film,

Cave of Forgotten Dreams

Werner Herzog dirige un documentario che rivela come l'uomo e l'arte possano entrambi affiorare dalla natura

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Si direbbe una consequenziale progressione del pensiero herzoghiano: dopo aver raggiunto i ghiacciai dell'antartide in Encounters at the End of the World (2007) per esaminare l'imposizione dell'uomo sulla natura, tre anni più tardi con Cave of Forgotten Dreams rivela come l'uomo e l'arte possano affiorare dalla natura. La grotta di Chauvet Pont d'Arc si trova nella Francia meridionale e al suo interno contiene quelli che sono ritenuti i dipinti rupestri più antichi della storia dell'umanità, perfettamente conservati da una frana che ne sigillò i collegamenti con l'esterno. Straordinarie formazioni di calcite, stalattiti, ossa di animali rimandano ad un tempo lontanissimo che sembra ricreare odori e pensieri di civilità non ancora comprese nella loro integrità. La grotta, che si trova nella valle di Ardèche, è stata scoperta nel 1994 e da allora è chiusa al pubblico: solo Werner Herzog ha ottenuto dal Ministero della Cultura francese il permesso di filmare questo non-luogo, per una manciata di settimane e solo per alcune ore al giorno.


I documentari di Herzog non sono educativi, non intendono semplificare l'assimilizione del mondo. Sono lungometraggi cammuffatti e stilizzati, esperienze onnicomprensive che riflettono sul senso della vita e sulla presenza dell'uomo sulla Terra. Masticando esigenze reali (per l'appunto, scoprire le origini dei dipinti), il regista sfrutta la finzione cinematografica per intavolare filosofiche discussioni sulla funzione del creato, sconfinando volutamente nella metafisica e mantenendo fermamente il suo personale punto di vista; anche a costo di ingannare lo spettatore, se questo può servire a raggiungere una verità più profonda. È celebre l'episodio di Apocalisse nel deserto riguardante la citazione iniziale del film: pur di innalzare il livello della narrazione, scatenando una risposta di tipo fantastico, attribuì al filosofo francese Blaise Pascal la frase che invero aveva scritto lui stesso ("Il crollo delle galassie avverrà con la stessa, grandiosa bellezza della creazione").


Servendosi della tecnologia 3D, utile ad accrescere l'immedesimazione e la profondità di campo, Herzog tradisce le regole del documentario per addurre argomentazioni a sostegno del bisogno ancestrale di porre l'uomo dinnanzi al commovente culto dell'esistenza. Nessun condizionamento indotto, il suo è un approccio surreale alla rappresentazione figurativa della realtà, che da un lato innalza il valore del linguaggio cinematografico, ma dall'altro manca di nuda spontaneità, raggiunta invece con efficace visionarietà da Terence Malick in The Tree of Life - al contrario, documentario mascherato da lungometraggio. Cave of Forgotten Dreams è un viaggio a ritroso alla scoperta dell'origine dell'arte, in quell'alcova buia e gelida dove l'uomo primitivo, di cui siamo diretti discendenti, rompeva le barriere dell'interpretazione e attorno a un focolare poneva le basi per l'archiviazione naturale della cultura. I lunghi silenzi, la leggera ironia, la musica sacra (cori, violoncello e piano) e le ostentate riprese sui solchi nella pietra sembrano giustificare il flemmatico stile narrativo adottato dal regista, che opta sull'incertezza dell'ignoto, sull'innafferrabilità del mistero. Una nuova generazione di archeologi ha smesso di formulare mezze verità: nessuno può sapere, al di là delle meraviglie emerse dagli abissi del tempo e dalle ipotesi degli studiosi più illustri, cosa accadde dentro quella grotta trentadue milioni di anni fa.


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