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La collina dei papaveri

23/10/2012 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

La collina dei papaveri

Presentato in concorso nella sezione Alice nella città del 6° Festival Internazionale del Film di Roma, La collina dei papaveri è il secondo lungometraggio di G

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Presentato in concorso nella sezione Alice nella città del 6° Festival Internazionale del Film di Roma, La collina dei papaveri è il secondo lungometraggio di Goro Miyazaki, che aveva esordito nel 2006 dietro la macchina da presa con il deludente I racconti di Terramare, fantasy liberamente tratto dai libri L’isola del drago e I venti di Earthsea di Ursula K. Le Guin. A cinque anni da quel debutto pieno di aspettative mancate, Miyazaki confeziona un film travolgente, tratto dallo shojo manga di Tetsuro Salama, pubblicato in patria a partire dagli anni ’80. Scritto da Hayao Miyazaki con la collaborazione di Keiko Niwa, From up on a poppy hill rinchiude in sé tutte le caratteristiche tanto care alla produzione dello Studio Ghibli, dalla lotta fra tradizione e progresso, fino alla purezza della gioventù, vera e propria entità capace di veicolare grandi valori.


L’anno è il 1963 e mentre Tokyo si prepara per le imminenti Olimpiadi, nella piccola cittadina marittima di Yokohama, Umi vive con la nonna e i fratellini minori. Suo padre è infatti morto in mare durante la Guerra di Corea, mentre sua madre è spesso oltreoceano, dove insegna. Un giorno a scuola, durante una protesta studentesca, Umi si imbatte in Shun, un ragazzino di diciassette anni iscritto al club di letteratura e caporedattore del giornale della scuola. I due, nonostante un inizio tutt’altro che roseo, fanno amicizia e stringono un’alleanza volta a salvare il cosiddetto Quartier Latin, un edificio sporco e fatiscente che, oltre alle memorie di un passato ormai remoto, ospita la sede dei vari gruppi studenteschi.


«Come si può pensare di costruire un futuro se si dimentica il proprio passato?» con queste parole un combattivo Shun si rivolge all’assemblea di studenti che lo circonda. Una frase che ben racchiude in sé il nocciolo drammaturgico della pellicola: la romantica nostalgia di un mondo in continuo divenire, che fagocita persino la propria storia e la propria identità a favore di una modernizzazione non sempre sinonimo di miglioramento. Il Giappone messo in scena da Miyazaki, nei colori accesi e quasi surreali molto cari allo Studio Ghibli, è un paese tentacolare che sta rialzando la testa dopo la disfatta della seconda guerra mondiale; un paese in pieno boom economico, dove la voglia di ricostruire e di rinascere va di pari passo con l’ambizione di mettersi in pari con le altre grandi potenze mondiali. Questo continuo tentativo di reinvenzione si alterna, tuttavia, ad una sorta di negazione della propria essenza. La morale di questa favola delicata e struggente ben viene rappresentata attraverso l’entusiasmo di ragazzi che vogliono costruirsi da soli il proprio futuro: è impossibile crescere e cambiare se prima non vengono riconosciute e onorate le proprie origini - Chartres avrebbe detto «siamo nani sulle spalle dei giganti».


Il desiderio di Miyazaki è quello non di respingere i progressi tecnologici, ma accoglierli in simbiosi con la natura, di modo che il paesaggio visto dalla collina dei papaveri non debba essere necessariamente deturpato. La tematica ecologica, che Goro sembra aver ereditato dalla poetica del padre, si rispecchia facilmente non solo in questo attacco velato al bieco progresso, ma anche nella contrapposizione tra l’abitudinaria pace del luogo in cui vive Umi e l'avvicendarsi di traffico e caos della realtà di Shun. Più di tutto, però, La collina dei papaveri è l'esternazione sentita e quasi dolorosa di una nostalgia che molto si avvicina a quella messa in scena da Hayao Miyazaki in capolavori come Il castello nel cielo o Il mio vicino Totoro. Entrambi orfani, i due protagonisti di Kokuriko-zaka kara proiettano il vuoto lasciato dall’assenza dei genitori in un salvataggio delle proprie radici, con quell’intrapredenza strafottente tipica della più ingenua gioventù. Accompagnata dalla colonna sonora di Satoshi Takebe e dalla voce di Aoi Teshima, Goro Miyazaki porta avanti un tema attuale che si inserisce alla perfezione nelle tematiche dello Studio Ghibli e, con i toni pacati di una favola, riesce a produrre un film che sfiora il capolavoro.



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