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Acciaio

24/10/2012 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Acciaio

Tratto dal romanzo omonimo di Silvia Avallone, il nuovo film di Stefano Mordini, già regista e indagatore delle periferie in Provincia Meccanica, annovera nel s

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Tratto dal romanzo omonimo di Silvia Avallone, il nuovo film di Stefano Mordini, già regista e indagatore delle periferie in Provincia Meccanica, annovera nel suo cast Michele Riondino, Vittoria Puccini, Francesco Turbanti e le due debuttanti Anna Bellezza e Matilde Giannini nei ruoli delle protagoniste Anna e Francesca, anime alla scoperta di una sessualità precoce e confusa, incapaci di rapportarsi al mondo che le circonda e che sembra fagocitare qualsiasi ambizione di stampo positivo.


Acciaio è la storia di Piombino, una provincia dove l’identità umana passa attraverso la fabbrica con torri incombenti e fumo torrido che sembra far parte dell’habitat circostante. Una lingua di mare separa l’acciaieria dall’isola d’Elba, terra promessa dove il grigiore e la tristezza dell’esistenza sembra poter essere dimenticata. Su questo sfondo si svolgono le vicende di due amiche durante l’estate torrida che precede l’entrata al liceo, attraverso le avventure e le storie intraprese per sfuggire alle proprie piccole, ma mai insignificanti, tragedie. Finchè la vita non le porta su strade che, seppur diverse, sono ammantate dello stesso velo nero di sciagura.


Sembra esistere un assioma non apertamente dichiarato secondo cui le province, almeno al cinema, debbano sempre (e solo) essere rappresentate come un teatro di vite squallide, di giorni buttati in pasto al nulla e del forte desiderio – quasi mai esaudito – di evadere. Acciaio in questo non fa differenza: l’universo diegetico messo in scena, con l’uso a volte troppo invadente della macchina da presa, è un mondo povero, pieno di orrori nascosti all’ombra della quotidianità. Un mondo dal quale non si può mai sfuggire: non con l'impegno o il merito (come accade al personaggio di Vittoria Puccini) né attraverso la vendita del proprio corpo e della propria fisicità. L’adolescenza con le sue problematiche viene qui affrontata con la superficialità di una sceneggiatura che offre bozze piuttosto che ritratti definiti. L'età dell'adolescenza viene sminuita in fase di messa in scena a favore di una squallida e ridondante denuncia sociale che non scende mai al nocciolo della questione, rimanendo sospesa in una superficie che niente ha da offrire.


È una galleria di personaggi sfatti e rassegnati quella rappresentata da Mordini, guazzabuglio di figure stereotipate che infastidiscono per il loro essere così orgogliosamente figlie di iconografie stantie: il padre manesco, la moglie sottomessa, il delinquente incapace di gestire la propria vita, il fratello maggiore sulle cui spalle ricade ogni responsabilità. A questa mancanza di originalità rappresentativa si deve aggiungere uno stile che cerca nella liricità la propria cifra narrativa. È evidente, dall’uso quasi spasmodico dei dettagli (spesso poco funzionali) o dai campi medi e lunghi, che il regista voglia abbracciare con lo sguardo della sua macchina da presa tutto quel paesaggio a metà strada tra passato e presente. Il suo tentativo, però, decade a causa del continuo ricorso a tempi morti che, invece di aumentare la poesia del racconto, crea uno stato di insofferenza tale che persino i momenti più tragici finiscono con il lasciare indifferente lo spettatore.



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