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Amour

26/10/2012 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Amour

Anne (Emanuelle Riva) e Georges (Jean-Louis Trintignant) si amano da molti anni...

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Anne (Emanuelle Riva) e Georges (Jean-Louis Trintignant) si amano da molti anni. Ex insegnanti in pensione, condividono attività, interessi e una grande passione per la musica, trasmessa anche alla figlia Eva (Isabelle Huppert). Quando un ictus colpisce inaspettatamente Anne, riducendone di molto le facoltà, la vita dei due anziani coniugi cambia del tutto e Georges è messo dinnanzi alla necessità di trovare un modo nuovo, più eroico e al contempo ordinario, di amare sua moglie.


Si guarda Amour e si pensa a quanto tempo è passato da quando Trintignant viaggiava sulla Lancia Aurelia di Vittorio Gassman ne Il Sorpasso, da quando Emanuelle Riva recitava in Hiroshima Mon Amour. Anche se solcati dalle rughe e piegati dalla vecchiaia, di pochissimo è cambiato Trintignant da quando - 46 anni fa - Claude Lelouch con Un uomo, una donna gli regalava la fama eterna di protagonista romantico del film d'autore e per nulla è mutata, per leggerezza sullo schermo, la Farfalla di Francia, da quando svolazzava in Film Blu di Kieslowski.


La pellicola di Michael Haneke racconta di come il tempo che passa sia poco meno di niente se si parla d'amore. Un sentimento senile - tenero, doloroso e potente - percorre tutti gli aspetti legati al deterioramento del corpo: la consunzione fisica, la malattia, l'incapacità giorno dopo giorno di trattenere a sé le proprie passioni e quelle dell'amato. L'amore è dignità, è un legame indissolubile, è devozione anche dinnanzi alla sofferenza, è anche desiderio di dare la morte con le proprie mani piuttosto di vedere l'altro soffrire. Dalla sua esperienza in fatto di film estremi, discussi, eccessivi per tematiche e rappresentazione - basti citare Funny games del 1997, La pianista del 2001, Il nastro bianco del 2009 - Haneke trae il coraggio di raccontare un sentimento faticoso, legato a doppio giro al tema della vecchiaia e della malattia, intrecciato al motivo della morte e della degradazione che colpisce prima il corpo, poi l'anima. Davanti a questa rappresentazione così diretta di Eros e Thanatos, lo spettatore è annebbiato dalle tonalità di Haneke: ottimiste, pessimiste o realiste, colme di speranza o celebranti - ancora una volta - l'inscindibile legame amore-morte. Quel che risulta evidente è che non ci sono tinte di mezzo nel cinema del regista tedesco, che compone una storia d'amore di nuovo tutta bianca o tutta nera. Una pellicola straziante attraverso cui il regista ha incantato, per la seconda volta in tre anni, la giuria del Festival di Cannes.



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