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Magical Mystery Tour

28/10/2012 12:00

Paolo Sammati

Recensione Film,

Magical Mystery Tour

Il 26 dicembre 1967 la BBC trasmetteva Magical Mystery Tour, facendo i conti con il primo, grande flop dei Beatles...

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Il 26 dicembre 1967 la BBC trasmetteva Magical Mystery Tour, facendo i conti con il primo, grande flop dei Beatles. Né il pubblico, né la critica, amarono il viaggio onirico dei quattro di Liverpool e del loro bus. Che a John e George il progetto non piacesse e non interessasse era risaputo. E leggenda vuole che Lennon, la mattina del 27 dicembre, leggendo le critiche commentò "Spero che Paul le legga". L’idea di partenza era infatti di McCartney, in quel periodo diventato leader del gruppo data la progressiva freddezza di John per i meccanismi creativi e di merchandising, punto di forza dei Beatles - la sua poetica virava ora verso le tematiche intimiste dell’infanzia prima di esplodere nel ruolo di dream-giver politico/pacifista degli anni successivi. In più, Brian Epstein, storico manager creatore della "Bleatlemania" e amico fraterno di Lennon, era morto solo qualche settimana prima, tant’è che il film risente della mancanza di una guida super partes.


Il viaggio del gruppo in India alla corte del Maharishi si era inoltre rivelato una delusione e George sviluppava interessi e capacità che non vedeva giustamente riconosciuti in sede di scelta e pubblicazione. Queste le premesse, dunque, ad un’esperienza cui i Fab Four parteciparono in maniera disomogenea, a testimonianza di quella piccola crepa tra i quattro che da lì a poco sarebbe divenuta una voragine. Crepa celata pur sempre dalla patina nonsense tipica dei Beatles, in cui finzione, immaginario, sogni celano opinioni, riflessioni, critiche alla realtà.


A 50 anni di distanza, il Magical Mystery Tour torna in home video (e per un'unica giornata, quella del 26 settembre 2012, al cinema) restaurato, remissato e arricchito di due making of che ne svelano retroscena divertenti, riservando il giusto tributo anche a quei comprimari che rendono alcuni sketch indimenticabili e confermando l’importantissimo ruolo di Ringo Starr quale estremo collante fra le altre tre schegge con tendenze centrifughe. Scoprire che il flop dei Beatles conteneva in realtà esperimenti di montaggio che si sottraggono alla concatenazione obbligata degli eventi, con elementi casuali, digressioni (memorabile la lunga sequenza del sogno di innamoramento di Jessie Robins e Ivor Cutler) ed impreziosendo l’insieme con I Am the Walrus, The Fool On The Hill, Your Mother Should Know o Blue Jay Way, risulta quantomeno beffardo e malinconico. La stessa nostalgia che si percepisce, in tempi recenti, nelle parole dei superstiti; basti pensare a McCartney, che inserisce nella scaletta del suo ultimo tour mondiale Here, Today, dedicata all’amico John, e Something, per George, dopo aver riproposto quasi tre ore di repertorio dei Beatles ed aver chiuso (auto)ironicamente con Get Back, chiedendo al pubblico "Do you wanna get back? – Yes! – Yeah, me too". Anche i giganti, evidentemente, si guardano indietro e sorridono amaramente.



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