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Code Name: Geronimo

01/11/2012 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Code Name: Geronimo

«Stasera posso annunciare agli americani e al mondo intero che gli Stati Uniti d’America hanno condotto un’operazione che ha portato alla morte di Osama Bin Lad

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«Stasera posso annunciare agli americani e al mondo intero che gli Stati Uniti d’America hanno condotto un’operazione che ha portato alla morte di Osama Bin Laden, il capo di Al-Qaeda e un terrorista che è responsabile dell’uccisione di migliaia di uomini, donne e bambini innocenti». Era il 2 Maggio del 2011 quando il presidente degli Stati Uniti d’America Obama annunciava ad una nazione funestata dallo spettro di quel nefando 11 Settembre. A pochi istanti dal discorso, una folla di americani si è riversata per le strade, al grido di never forget, reclamando giustizia per tutti coloro che hanno perso la vita nell’attacco delle Torri Gemelle. A più di dieci anni da quel tragico evento e poco più di un anno dopo la cattura del ricercato numero uno, John Stockwell porta al cinema Codename: Geronimo, pellicola che ripercorre l’azione del gruppo di navy seal, responsabili della cattura di Bin Laden.


Grazie a delle informazioni giunte da alcuni corrieri, il capo della Cia (William Fichtner) ha individuato un luogo dove è altamente probabile che Osama Bin Laden si stia nascondendo insieme alla famiglia. Aiutato dall’appoggio della collega (Kathleen Roberton), l’uomo è diviso tra la voglia di procedere all’attacco e una più diplomatica prudenza. Intanto, un gruppo di navy seal viene trasferito a Bagram, in Afghanistan, per svolgere un duro allenamento volto alla cattura di un importante bersaglio, di cui però ancora ignorano l’identità. Mentre comincia a serpeggiare la consapevolezza di poter essere parte del gruppo che ha catturato Osama Bin Laden, il capitano della squadra Stunner (Cam Gigandet) scopre che il suo commilitone Cherry (Anson Mount) è andato a letto con sua moglie.


Originariamente Stockwell intendeva concentrarsi maggiormente sulle problematiche dei personaggi, facendo sì che la loro individualità non venisse schiacciata dalla portata della missione a cui erano assoggettati. Tuttavia, proprio il ritratto dei protagonisti risulta la parte più debole della pellicola, che invece si veste da buon film d’azione, una pellicola di genere che risponde ai canoni stilistici senza però avere quel guizzo che avrebbe potuto diversificarla dal resto. La resa delle lunghe scene di addestramento richiamano quelle già viste in Act of Valor, film che poneva al centro della storia proprio le forze speciali dei navy seals, e le miscela con un’estetica che deve molto alla tradizione videoludica - molte scene sembrano richiamare Call of Duty. Nonostante gli intenti iniziali, risulta lampante come al centro della drammaturgia ci sia la caccia a colui che ha uniformato - su di sé - l’immaginario collettivo riguardo al terrorismo. Dei seals che hanno portato a termine la missione – e che sono rimasti anonimi, per ovvi motivi di sicurezza – la macchina da presa è poco interessata. Gli scarsi cenni di approfondimento psicologico dei protagonisti, al di là del ruolo di guardiani e protettori dell’ordine ri-costituito, rimangono sospesi in un limbo. Difficile ricordarsi i nomi dei personaggi, o capire le loro motivazioni. La realtà è che si tratta di corpi speciali, messi al servizio della Madre Patria: macchine perfette di morte, addestrate a scindere l’avversario dall’innocente, schiacciate dal peso delle responsabilità concretizzate in quel mucchio di polvere e terra che, ad una seconda occhiata, assume i tratti di Bin Laden. La caccia che ha portato alla cattura e all’uccisione del terrorista più ricercato al mondo viene raccontata da Stockwell come la capacità di un gruppo di uomini di mantenere il sangue freddo, di avere abbastanza coraggio da entrare in una casa nemica e limitarsi ad uccidere il proprio bersaglio, senza ferire altre persone innocenti. Al di là dell’incapacità del regista di mantenere fede alle proprie intenzioni narrative, va riconosciuto a Code Name: Geronimo la scelta di parlare delle forze speciali evitando toni enfatici o eroistici. Agli occhi del regista gli uomini messi in scena sono semplicemente persone addestrate, tutte prese dallo svolgimento del proprio lavoro, senza fanfare o bandiere a stelle e strisce sventolanti contro il resto del mondo.



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