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Il sole dentro

14/11/2012 12:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Il sole dentro

Sullo sfondo della storia vera di Yaguine e Fodè, due adolescenti guineiani che nel 1999 viaggiarono fino al Belgio nel carrello di un aereo per portare all’Uni

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Sullo sfondo della storia vera di Yaguine e Fodè, due adolescenti guineiani che nel 1999 viaggiarono fino al Belgio nel carrello di un aereo per portare all’Unione Europea una lettera da parte di tutta l’infanzia africana, si snoda la vicenda di Thabo (Fallou Kama) e Rocco (Gaetano Fresa), fuggiti dall’Europa dello sfruttamento calcistico e in viaggio attraverso l’Africa per raggiungere una prospettiva migliore. Paolo Bianchini, ambasciatore Unicef per l’infanzia e regista allievo di alcuni tra i più grandi del cinema italiano (De Sica, De Filippo, Monicelli, Leone, Comencini), torna al cinema dopo una lunga assenza, con un film avvincente e profondo, che fa riflettere e sorridere.


La vicenda di partenza, la vera storia di Yaguine e Fodè, è una tragica storia di povertà e speranza. I due ragazzi guineani che nel 1999 hanno scritto, a nome di tutta l’infanzia africana, una lettera che dava come incipit “Alle loro Eccellenze i membri e responsabili dell’Europa“, viaggiarono con questa lettera in tasca - con la quale chiedevano ai più alti tavoli del mondo, scuole, cure, aiuti per un’Africa in ginocchio - fino a Bruxelles, nascosti nel carrello di un aereo. All’arrivo in Belgio fu un tecnico dell’aeroporto a trovarli morti assiderati. A questa commovente vicenda si intreccia dieci anni dopo, quella di finzione, di Thabo e Rocco, due tredicenni, uno africano dello Zambia e l’altro italiano di Bari, entrambi vittime della poco nota “tratta dei bambini calciatori”, un ingente mercato, al limite della legalità, in cui adolescenti e ragazzi vengono strappati alle loro famiglie, inseriti nel gigantesco mercato del reclutamento calcistico e infine abbandonati se non all’altezza.


Anche Thabo e Rocco compiranno un viaggio epico, a piedi e in direzione opposta a quella dei due guineani, dall’Europa verso N’Dola, in Zambia, dove Thabo conta di tornare a casa. Sempre calciando il loro pallone, i due ragazzi attraverseranno i sentieri devastati dell’Africa, fra profughi, uomini e donne in fuga, territori sconvolti dalla guerra e dalla povertà e personaggi fiabeschi, come l’autista – un sempre esilarante Giobbe Covatta - o Chiara, una fata turchina che ha il volto di Angela Finocchiaro. La storia di Thabo e Rocco è in effetti poco più di una favola, con un tenero lieto fine che ripaga del tragico epilogo che invece ebbe il viaggio reale di Yaguine e Fodè. Bianchini dirige un film talvolta ingenuo, più rivolto ad un pubblico giovane e sognatore che a quello disincantato degli adulti. Scegliendo come protagonisti due giovani eroi, i due emergenti Fallou Kama e Gaetano Fresa, fiondati in una terra sterminata, per grandezza, distanze e problemi, che pure i due tredicenni sembrano comprendere molto più degli adulti che incontreranno sul loro cammino. A Paolo Bianchini inoltre va riconosciuto il merito di avere portato al cinema la quasi ignota vicenda del traffico illegale dei bambini calciatori, un male che in realtà affligge già da anni il patinato mondo del calcio nelle zone più povere del mondo, incluso - e Rocco ne è un esempio – anche certe zone del sud d’Italia.


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