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Alì ha gli occhi azzurri

20/11/2012 12:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Alì ha gli occhi azzurri

Titolo e ambientazione pasoliniana per un film ambizioso che racconta la difficile creazione di un’identità multietnica in una Ostia neanche troppo cambiata dai

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Titolo e ambientazione pasoliniana per un film ambizioso che racconta la difficile creazione di un’identità multietnica in una Ostia neanche troppo cambiata dai tempi del Poeta. Nader (Nader Sarhan) è il giovane protagonista di questo canto, sedicenne, con una fidanzata italiana, Brigitte (Brigitte Apruzzesi), alla quale ha giurato amore contro il parere della famiglia di musulmani convinti. Dinnanzi a sé Nader ha un percorso accidentato dove ogni scelta riguarda la decisione di assecondare i propri cari oppure di proseguire una vita italiana che gli pare la più naturale. La fuga da casa dopo l’ennesimo rimprovero porta Nader a restare solo per una settimana, arrangiandosi come può tra espedienti e piccoli crimini in una periferia multietnica dove gli egiziani e i rumeni sono i cattivi, e anche la maggioranza. Nader ruba, picchia, piange e vaga sul Lido di Ostia, con l’unica compagnia del fidato amico Stefano (Stefano Rabatti), e intanto compie la difficile impresa di capire in sette giorni chi essere e da che parte stare.


Claudio Giovannesi ha 34 anni, un paio di film alle spalle e uno portato al 7°Festival del Cinema di Roma. Già in Fratelli d’Italia, documentario del 2010 candidato al Nastro d’Argento, il regista romano aveva indagato il tema della “seconda generazione” di immigrati. Da quell’approccio “investigativo” in Alì ha gli occhi azzurri si passa alla complessa costruzione del personaggio di Nader, portatore sulle sue giovani spalle di tutti i conflitti sociali, politici e, soprattutto, esistenziali che comporta la sua condizione. Lo sguardo di Giovannesi coinvolge la coscienza individuale del protagonista e coincide nell’intera pellicola con quello di Nader. Per questo la macchina da presa è puntata in linea con gli occhi di Alì, a guardare lo squallore, le speranze e i sogni con lo sguardo di un ragazzino confuso che in una settimana di solitudine deve scegliere tra due culture inconciliabili.


Nonostante questi presupposti, Alì ha gli occhi azzurri del romanzo di formazione ha solo l’impianto. Pur dirigendo un film tecnicamente non perfetto, Giovannesi riporta la macchina da presa del cinema italiano in una delle più interessanti zone d’Italia per contaminazione culturale e interesse poetico: il Lido di Ostia. Non una pellicola sul mondo arabo in Italia e neanche sulla reazione italiana ad esso, ma piuttosto sull’essere nato egiziano ad Ostia nel 2012. Ormai da pochi anni il cinema peninsulare - con comprensibile ritardo su quello francese - ha scoperto il tema della riuscita o della mancata integrazione fra diverse culture nella periferia urbana. I ragazzi di oggi assomigliano inevitabilmente a Nader o a Stefano: una nuova generazione di italiani che conoscono la povertà e la degradazione della periferia, nati da italiani o da immigrati e tutti con lo stesso accento romano, gli stessi gusti musicali e lo stesso modo di vestire. Di contro all’impavida ostinazione di molto cinema mediocre a raccontare la realtà urbana in modo irreale e patetico, qualche giovane regista si accorge ancora dei corsi e ricorsi della storia e di come la realtà periferica delle metropoli, per quanto cambiata, continui ad essere un laboratorio umano incredibilmente interessante.


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