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The Motel Life

20/11/2012 12:00

Erika Pomella

Recensione Film,

The Motel Life

Tratto dal romanzo Motel Life di Willy Vlautin (edito in Italia da Fazi), The Motel Life è il film d’esordio dei fratelli Alan e Gabe Polsky, vincitore del prem

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Tratto dal romanzo Motel Life di Willy Vlautin (edito in Italia da Fazi), The Motel Life è il film d’esordio dei fratelli Alan e Gabe Polsky, vincitore del premio alla miglior sceneggiatura alla settima edizione del festival internazionale del film di Roma. Forte di un cast stellare, che include Emile Hirsch, Stephen Dorff e Dakota Fanning, The Motel life è la storia di un rapporto fraterno indissolubile, che sopravvive alle disgrazie e si rafforza davanti alle avversità.


Frank (Emile Hirsch) e Jerry Lee (Stephen Dorff) hanno imparato a contare l’uno sull’altro da quando, ancora adolescenti, la madre è morta di cancro. Spiantati dalla loro quotidianità e costretti a fronteggiare il lutto e l’invalidità – il secondo ha perso una gamba in un incidente ferroviario – i due ragazzi crescono insieme, passando le loro giornate inventando storie e disegnandole. Questo finchè Jerry Lee non investe un bambino, uccidendolo. Per evitare al fratello di finire in prigione, Frank acconsente a scappare. Durante il viaggio i due approfondiranno ancora di più il loro rapporto, mentre Frank tenta di riallacciare i rapporti con la sua fidanzata di un tempo (Dakota Fanning).


The Motel Life è l'esordio brillante di due registi che, basandosi sulle parole di Vlautin e sulle bellissime illustrazioni di Nate Beaty, dirigono una pellicola profondamente umana, con protagonisti smarriti nei sentieri della vita. Esistenze tutt’altro che facili, dipinte nei colori dimessi di una periferia grigia, dove anche il raggio di sole più luminoso – come il personaggio della Fanning – finisce con l'arrendendosi ad uno status quo da girone infernale, dove il corpo diventa merce di scambio e tela su cui dipingere orrore e ricordi. Il racconto di queste vite così saldamente intrecciate parte in sordina, con una drammaturgia che stenta; quando finalmente alza il tiro, cattura lo spettatore con la forza della compassione e dell’umanità dei personaggi messi in scena, grazie anche alle ottime interpretazioni del cast. Veri e propri oggetti scenici, il corpo di Stephen Dorff e gli occhi lucidi di Emile Hirsch diventano il simbolo di una generazione guastata, incapace di trovare il proprio posto nel mondo. I due attori riempiono lo schermo con l’innocenza di trentenni mai cresciuti, complice un’infanzia violata. A questo si aggiunge la scelta, indovinata e di successo, di alternare al racconto primario le storie che Frank racconta a Jerry Lee e che i registi concretizzano con lunghe sequenze animate. Il lato più allucinato della realtà che, sempre al festival di Roma, Roman Coppola aveva inseguito con scene dalle eccentriche tonalità pop - con A Glimpse Inside the Mind of Charles Swan III -, viene reso da Alan e Gabe Polsky con un’animazione elegante e originale, pieno di toni seppia e scale di grigi che ben si sposano con le anime dei due protagonisti.


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