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S.B. Io lo conoscevo bene

20/11/2012 11:00

Giuseppe Salvo

Recensione Film,

S.B. Io lo conoscevo bene

All’indomani della sbornia collettiva che gli ultimi anni di governo italiano hanno diffuso abbondantemente, elargendo – non per tutti – balsami prodigiosi e ob

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All’indomani della sbornia collettiva che gli ultimi anni di governo italiano hanno diffuso abbondantemente, elargendo – non per tutti – balsami prodigiosi e oblianti sieri contro il senso di responsabilità civico, ci si ritrova con i postumi e i ricordi confusi di una febbrile ebbrezza fiscale di detassazioni, depenalizzazioni, evasioni e frodi. E il vandalismo deontologico e politico che si è finto di non vedere, ha portato con sé i detriti di uno sfacelo economico e, parallelamente, una degradazione socioculturale che hanno avuto tutto il tempo di mettere radici e attecchire nel terreno peninsulare italiano, giungendo all'empia compresenza, nell’informazione d’attualità, di disoccupazione dilagante ed epopee pornocratiche, spaesamento amministrativo e intrattenimenti privati, pantomime pubbliche e derisioni internazionali, spesso, con un unico nome al centro del vortice di decadimento istituzionale.


Il rischio quando si parla di Berlusconi, dopo la ridondanza delle vicissitudini della recente storia italiana di politica e malcostume, è quella di inciampare nella faciloneria e in cliché bell’e pronti, ben confezionati, di immediata retorica e portata. Il regista e sceneggiatore Giacomo Durzi e il giornalista Giovanni Fasanella pongono come linea narrativa del loro documentario l’evoluzione del personaggio da intrattenitore di navi da crociera, passato in breve tempo all’imprenditoria, e infine ad attore centripeto della politica italiana. L’assunto di partenza, che è anche riflessione finale lasciata allo spettatore come monito, svicola l’accusa, evita di evidenziare il personaggio come causa unica dei mali di un paese. S.B. punta piuttosto ad una spartizione delle responsabilità delineata e rivolta a coloro che parteggiarono per l’ex premier, spianandogli la strada di Palazzo Chigi, e permettendogli di governare una nazione come una grande azienda, propinando l’immagine dell’uomo di successo a cui ispirarsi, accattivante, attraente, dalla battuta pronta, il sorriso largo e una sicumera infallibile. Le voci degli intervistati diventano allora testimonianza di un abbaglio collettivo rappresentato dal luccichio ammaliante del sogno liberale di cui Berlusconi si fece portavoce, dallo stordimento oppiaceo di una televisione sempre più vuota e cerebralmente poco impegnativa, e dai successi calcistici – in un paese che venera la domenica per le partite e non più per la messa – raggiunti attraverso la presidenza del Milan.


A differenza di opere ben più schierate – figlie di altri contesti, anche se non così lontani, come Draquila o lo stesso Silvio Forever -, Durzi e Fasanella conducono una disamina che vuole essere super partes, in un periodo di ricostruzione etica ed economica che non lascia – o non dovrebbe lasciare – spazio a faziosità, ma che comunque suscita, più o meno volontariamente, un’agrodolce ilarità, presentando filmati d’archivio in cui il leader di Forza Italia, e i suoi sostenitori, propugnavano o appoggiavano il programma ideologico berlusconiano senza macchia e destinato a trascinare, nel proprio disastroso tracollo, le speranze di benessere di un’intera epoca. E tra le macerie morali del presente, i registi ricostruiscono, attraverso le voci di Vittorio Dotti, avvocato e amico di Berlusconi, Paolo Pillitteri, giornalista ed ex sindaco di Milano, Giuliano Ferrara e Paolo Guzzanti, entrambi illustri voltagabbana dopo anni di socialismo, il contesto storico degli ultimi decenni, delineando la figura – ma ridimensionandone l’entità mefistofelica - che, più di ogni altro, ha accentrato su di sé poteri e privilegi legislativi, elogi e accuse, vituperi e ammirazione, gratitudine e sconcerto, lasciandosi infine, alle spalle, una scia di rovinosi fallimenti e sogni infranti in un’Italia sprovveduta, fragile e ingenua.



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