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My Sweet Orange Tree

23/11/2012 12:00

Vito Sugameli

Recensione Film,

My Sweet Orange Tree

Romanzo di formazione dal respiro dickensiano, O Meu Pe de Laranja Lima, scritto nel 1968 da José Mauro de Vasconcelos, rivive ancora una volta in pellicola qua

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Romanzo di formazione dal respiro dickensiano, O Meu Pe de Laranja Lima, scritto nel 1968 da José Mauro de Vasconcelos, rivive ancora una volta in pellicola quarantadue anni dopo il lungometraggio di Aurélio Teixeira e tre serie televisive. Al suo secondo film - The Other Side of the Street lo ha portato nel 2004 in giro per i festival di tutto il mondo - Marcos Bernsteins si lancia in un adattamento trascinante e poetico, istantanea di una condizione sociale degradante che rivela la purezza di un'anima smarrita nella selva oscura del proprio paese.


Zezé (João Guilherme Ávila) ha sette anni. È un bambino pestifero, ben voluto dalla sorella Gloria (Julia de Victa) e da nessun altro. Il padre (Eduardo Dascar) scaraventa su di lui tutta la rabbia che non può riversare su di sé, per la perdita del lavoro e per il senso di inettitudine nei confronti della famiglia che ha smesso di sostenere economicamente. La madre (Fernanda Vianna) cerca di aiutarlo alla comprensione del rigore e dell'affetto sui generis del marito, ma Zezé sembra perso nel suo mondo e nella convinzione che sia un orfano non riconosciuto. Il suo rifugio è un "dolce albero d'arancio" con il quale immagina di dialogare alla pari. Nel quartiere è sempre un passo avanti agli altri quando si tratta di ideare e mettere in scena scherzi di cattivo gusto, birichinate che lo portano quasi sempre a fare i conti con la legge delle mani. Un giorno incontra Manule Valadares, detto Portuga (José de Abreu), una vittima dei suo scherzi che coglie la sensibilità precoce e l'esuberanza del bambino. Tra i due nasce una profonda amicizia che cambierà per sempre le sorti di entrambi.


Il film è un mirabile esempio di racconto infantile non edulcolorato: disumano nell'affermazione della violenza come metodo educativo, bilanciato nello sviluppo narrativo e nella psicologia dei personaggi. Il regista utilizza movimenti di macchina e inquadrature - talvolta molto forti - che meglio di altre rivelano l'esuberanza e la curiosità del protagonista. L'atmosfera ricreata è unica e sincera, incrementata dalle splendide musiche originali di Armand Amar. Zezé parla di sé come di un diavoletto sceso sulla terra per dare fastidio, pronto a morire per la mancata accettazione sociale, ma Portuga smaschera subito la sua fragilità riconoscendogli il diritto all'esistenza. Insieme condividono il tempo e gli oggetti ("la nostra auto", "la nostra casa"), comportamenti che spingono il piccolo Zezé ad abbassare il valore del possesso e avvantaggiano la fiducia nei sentimenti e nel dialogo. Raggiunta l'età adulta e l'affermazione in qualità di scrittore, si servirà della penna per riportare alla luce il fanciullo mai del tutto trascurato, attraverso quei ricordi tanto dolorosi quanto caldi e pregni di significato. My Sweet Orange Tree è un atto di spassionata dolcezza rivolta ai bambini orfani d'amore che non intendono rinunciare alla gioia di vivere. Aiutati, se non dagli adulti e dalle pessime condizioni sociali, da una primitiva spinta fantasiosa che possa tradurre il grigiore del pessimismo in un arcobaleno di speranza.


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