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Liu Baiyuan - Giudice Arciere

30/11/2012 12:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Liu Baiyuan - Giudice Arciere

Dice la leggenda che i conflitti tra le spade, simbolo del valore individuale, e le lance, simbolo del potere politico, li risolve solo la freccia, simbolo di g

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Dice la leggenda che i conflitti tra le spade, simbolo del valore individuale, e le lance, simbolo del potere politico, li risolve solo la freccia, simbolo di giustizia. La freccia è anche il simbolo di Liu Baiyuan, Giudice Arciere (Song Yang), “condannato” ad una vita di solitudine e rettitudine, la cui onestà deve essere assoluta per permettergli di avere il massimo della credibilità nel placare le diatribe che sorgono fra le diverse scuole di arti marziali. Ma il destino è beffardo e Liu Baiyuan si trova suo malgrado coinvolto in complotti e giochi di potere, tra i fantasmi del passato e l'amore per una donna misteriosa.


Sceneggiatore, scrittore, studioso di taoismo ed esperto di arti marziali, Xu Haofeng è un volto noto del romanzo di “cappa e spada” cinese. Le storie che nascono dalla sua penna sono avvincenti racconti di arti marziali, amore e guerra ambientati in passati indistinti o fra le pagine sbiadite della storia recente. In Liu Baiyuan Xu Haofeng svolge la vicenda nella Cina degli anni '20, tra le lotte intestine dei signori della guerra, le prepotenze dei proprietari terrieri sui contadini e l'incontro fra Oriente e Occidente. In questo scenario di passaggio tra un'epoca ed un'altra, sul crollare dell'impero cinese, le scuole d'arti marziali vivono in conflitto continuo per decretare quale tra le tante sia la migliore. L'unico in grado di mettere pace è Liu Baiyuan, un uomo che vive in solitudine e sotto mentite spoglie: i fantasmi del suo passato lo inseguono, una donna lo vuole, quella che ama lo inganna e intorno a sè, comprendere chi sono i giusti e chi i traditori, appare difficile.


In Liu Baiyuan Xu Haofeng, prima che regista, si ritrova ad essere ancora una volta scrittore. Flashback, ellissi, evocazioni e citazioni sono solo alcuni degli artifici - più letterari che filmici – che Haofeng utilizza per la complessa trama del suo film. Quello che però funziona sulla pagina scritta, non è detto che sia altrettanto efficace sul grande schermo. E così già dalle prime sequenze seguire il susseguirsi degli eventi che investono Liu Baiyuan diventa un'impresa difficoltosa, che necessita di un'attenzione superiore alla soglia e che inevitabilmente compromette lo scorrere nitido della trama. Sono in particolare i salti temporali ad essere la prima ragione della complessità di sviluppo della pellicola; insieme al ritmo, ora vorticoso, ora rallentato all'eccesso, con virtuosismi tecnici e alterazioni del naturale andamento. Le sequenze di arti marziali, forse in funzione di una resa eroica al limite del favolistico, appaiono troppo spesso frenetiche e irreali, così come i “combattimenti amorosi” di Liu Baiyuan con le sue amanti. Ben studiato invece l'impianto epico, che inizia con la sfida della lancia – molto simile a quello che nel mondo occidentale è lo schiaffo del guanto, ossia l'invito ad un combattimento – e termina con il duello generazionale tra i due maestri, sempre sotto gli occhi gelidi della stessa donna la cui identità per gran parte della pellicola rimane avvolta nel mistero. Una cantante, forse una cortigiana, forse l'amante di un politico, che veste all'orientale ma porta i tacchi a spillo, il personaggio interpretato dalla “dark lady” Li Chengyuan è un soggetto profondo, forse l'unico la cui psicologia viene minimamente indagata nel film. L'assenza di approfondimento è infatti - insieme all'ostinata irrealtà - uno dei principali difetti della pellicola di Haofeng. Il regista cinese sembra prefiggersi sin dal principio di uscire dagli schemi convenzionali del film di arti marziali, con un'intenzione autoriale e psicologizzante, che analizzi la frattura interiore di un uomo votato alla stabilità emotiva e che invece è gettato nello sconforto dai dolori pregressi e dal male d'amore. Ma con l'avanzare della pellicola, tra duelli – neanche troppo – spettacolari e voli pindarici sulle ali della storia cinese, Haofeng finisce per perdere inesorabilmente e troppo spesso il filo del discorso.


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