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Chopper

30/11/2012 12:00

Paolo Sammati

Recensione Film,

Chopper

Mark "Chopper" Read è da sempre un violento, un assassino, un uomo incapace di adattarsi ai meccanismi di una società che vive di falsi miti e mistificazione,

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Mark "Chopper" Read è da sempre un violento, un assassino, un uomo incapace di adattarsi ai meccanismi di una società che vive di falsi miti e mistificazione, atavici errori sfruttati sapientemente dal famoso criminale australiano, autore di tredici best seller, conduttore di programmi tv e addirittura cantante rap. Raccontare la vera storia di Chopper, il più famoso criminale australiano, significa, nelle intenzioni di Andrew Dominik, descrivere in un’escalation pulp le vicende del protagonista, utilizzando la sua autobiografia come fil-rouge per la narrazione di una realtà – quella australiana – insospettabilmente brutale, fatta di coltelli, risse, pistole e cocaina.


Narrazione che si impone di essere il più possibile asettica, mai di parte, favorita da una fotografia fredda e granulosa. All'apparenza aggiunge quel retrogusto documentaristico che dovrebbe far percepire come veritiere allo spettatore anche quelle forzature ingiustificate, impacciate come sono tra echi tarantiniani e pretese di Cinéma Vérité. Se le premesse di Dominik sono quelle di muovere una critica ai media che mitizzano personalità psicotiche e sociopatiche – trasformando accaniti criminali in fenomeni da showbiz – il risultato appare piuttosto confuso, imbrigliato nel tentativo di mettere a nudo quel perverso meccanismo di cui, allo stesso tempo, rimane vittima. Durante i 94 minuti di durata spesso ci si ritrova a parteggiare per il “buon” Chopper, che intanto picchia, spara, si auto-mutila in nome di una non meglio specificata filosofia di vita che lo porta a credere nella violenza come unica forma di quotidianità concepibile.


Stupisce il ritratto fornito da Dominik delle istituzioni australiane: che siano infatti poliziotti, agenti dell’FBI o secondini, tutti irrimediabilmente rimangono affascinati dal grande omone tatuato con i denti di ferro, fin quasi ad accettarne i crimini, o almeno, giustificarli. Fascino subito anche dal pubblico, letteralmente incollato allo schermo dalla prova di Eric Bana, a dir poco memorabile, in pieno stile Actor’s Studio, che è valsa all’australiano il premio come miglior attore protagonista dall'Australian Film Critics e dall'Australian Film Istitute. Per prepararsi al ruolo, Bana ha trascorso lunghi periodi a stretto contatto con il vero Mark Chopper, studiandone la gestualità, i movimenti e la parlata, ingrassando anche per raggiungere il giusto physique du rôle. L’impressione è che il regista neozelandese non abbia ben chiare le coordinate da dare alla storia, siano esse morali o stilistiche, indugiando come fa nella descrizione di un tipo di violenza spesso gratuita, immotivata da riflessioni che potrebbero aggiungere qualcosa ad un film che sa di già visto.


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