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Vita di Pi

23/12/2012 12:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Vita di Pi

Un racconto che naviga tra avventura e filosofia

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Pi (Suraj Sharma), figlio del proprietario di uno zoo, è un ragazzo curioso e sognatore, alla ricerca della propria fede. Costretto a lasciare l’India per trasferirsi in Canada, durante la traversata la nave che lo trasporta, con parenti e animali, affonda in una terribile tempesta: Pi, rimasto solo al mondo, naufraga su una scialuppa con la sola compagnia della tigre Richard Parker e del proprio instancabile fluire dei pensieri. Nonostante gli ammonimenti paterni di diffidare del pericoloso felino predatore, il ragazzo troverà il modo, negli oltre duecento giorni in mare, di convivere con la tigre con la quale vivrà la più indimenticabile esperienza della sua vita.


Tra immagini di eccezionale bellezza e dichiarate intenzioni di indagine esistenziale, in Vita di Pi si avverte l’eco di antiche favole lontane: un naufragio che ricorda l’incipit di Tarzan, un protagonista a metà tra Le mille e una notte e Mowgli ma, soprattutto, un’atmosfera da Cuore di Tenebra che mitiga da subito una troppo facile fascinazione esotica. Dall’intrasponibile best-seller del canadese Yann Martel, Ang Lee dirige – con il preziosissimo e imprescindibile supporto della computer grafica - un film visionario che unisce allo sguardo incantato l’intenzione del sublime. Una fusione di generi e di intenti coerente sia con la storia narrata sia con il proprio passato registico. Nel dosaggio degli ingredienti sta ancora una volta la forza della poetica del regista, sperimentatore per vocazione ma sempre in grado di intuire il significato, specie quello cinematografico, della tradizione. Pi, Piscine Molitor, è un ragazzo alla ricerca perenne di una fede a cui sottomettere il suo brillante estro e di un’esperienza che gli cambi la vita. Sul tema della convivenza tra il ragazzo e la belva, che diviene riflessione (già letteraria) sull’addomesticamento vicendevole di uomo e animale, Ang Lee lascia trasparire un approccio tendenzialmente new age. Un’ atmosfera trasognata, dall’introduzione fino alle ultime battute, accompagna il tema della ricerca di un dio: una divinità da cercare fra le religioni esistenti o da inventare attraverso un lungo percorso di pensiero.


Ang Lee, funambolo del cinema e finora avvezzo a tutti i generi, dalla commedia al sentimentale, dai comics al western drammatico, dirige un racconto che naviga tra l’avventura - un inizio da disaster movie e un proseguo in stile survivor – e la speculazione filosofica. Un'opera ambiziosa che trova il suo più riuscito compimento nella contaminazione di culture cinematografiche diverse, rassicurate dalla componente hollywoodiana. Un timido flashback per iniziare e il noto (si pensi a La tigre e il dragone) colossalismo effettistico a rendere il film grandioso. Come davvero poche volte accade, in Vita di Pi la terza dimensione riesce a fare la differenza fra un film emozionante e uno solo ben girato, immergendo senza mezzi termini lo spettatore nella stessa marea - ora cristallina ora cupa - in cui naviga il suo protagonista, invitandolo ad alzare gli occhi su un cielo senza fine e gettandolo indistintamente tra le zanne di Richard Parker (la tigre del Bengala è interamente realizzata in CGI) o nella tempesta. È facile immaginare come destinata a restare nella memoria la sequenza notturna del passaggio dell’enorme balena sulla zattera di Pi: un vero esempio di tecnica al servizio della meraviglia. In mezzo a un’ininterrotta costruzione della meraviglia, il film di Ang Lee ripropone nella scrittura e nei dialoghi la pacatezza della prosa di Yann Martel e la cultura asiatica dei silenzi. Soprattutto nella costruzione del suo protagonista, il regista bada bene a dosare ascetismo e azione: il Pi di Suraj Sharma tiene i fili della narrazione sperimentando il reale come l’inverosimile; si pone, parallelamente allo spettatore, nuove domande e avanza nuove ipotesi; imbastisce un dialogo interiore in cui l’esperienza è l’unico metodo possibile. Un viaggio spirituale raccontato come una grande impresa, dove l’epica si alterna al romanzo di crescita. Del resto, seppure in una location del tutto fuori dal comune, cos’altro è Vita di Pi se non un percorso di formazione? Per Ang Lee l’occasione di cimentarsi con il più ancestrale dei topoi. Una navigazione che torna al più classico dei suoi significati.



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