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Americani

30/12/2012 12:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Americani

Pellicola leggendaria che rappresenta Hollywood, miti e parodie incluse

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Dall'omonima pièce di David Mamet, in originale Glengarry Glen Ross - debutto trionfale a Londra, Chicago e Broadway a metà degli anni '80 - James Foley dirige una pellicola leggendaria che rappresenta Hollywood, miti e parodie incluse, più di quanto non si sarebbe mai immaginato alla sua uscita nel 1992.


Per risollevarsi dalla difficile situazione economica, una celebre agenzia immobiliare di Chicago propone una sfida per tutti i suoi dipendenti: colui che riuscirà a vendere di più avrà in premio una lussuosa Cadillac, al secondo classificato andrà un servizio di coltelli, mentre per tutti gli sconfitti si procederà al licenziamento in tronco. Tra i dipendenti dell'agenzia inizierà così una lotta all'ultimo sangue per vincere il posto di punta nell'azienda e, soprattutto, per non perdere il lavoro.


Quando all'inizio degli anni Novanta James Foley propone ad Al Pacino il testo di David Mamet, autore dello spettacolo teatrale e della sceneggiatura del film, l'idea che Americani potesse diventare un cult era ben lontana. Un film intrinsecamente legato alla cultura yuppie della rapida ascesa economica - un contesto nel quale mantenere saldo il proprio posto nel mondo risulta vitale - appariva difficilmente esportabile su scala internazionale, se non mediante due vie: un cast stellare e un ritmo incalzante che mantenesse l'identità teatrale attraverso dialoghi acuti e brillanti situazioni sceniche. Ad attori che sono leggende di Hollywood – Jack Lemmon, Al Pacino, Alec Baldwin, Kevin Spacey - Foley abbina l'elemento di maggior successo della pellicola, quello che aprirà la strada alla cultura scorsese-tarantiniana: il linguaggio. Sulla quantità di espressioni e intercalari utilizzati nel film sono state fatte ricerche e statistiche ed è certo che il turpiloquio, unito allo slang affaristico usato dai protagonisti del film, è divenuto simbolo di una recitazione hollywoodiana ben poco aulica, ma istantanea e d'impatto. La cura riposta nella stesura dei dialoghi non stupisce, vista l'origine teatrale della sceneggiatura, ma vero è che la volgarità del lessico, unita a dissertazioni semi-filosofiche sul senso del successo, della fama, del denaro, fanno di Americani un ritratto fotografico affascinante del tramonto di una civiltà del guadagno - terminata con gli anni '80 - e dell'inizio di una parabola discendente che ha coinvolto gli Stati Uniti dagli anni '90 sino alla crisi socio/economica e politica del nuovo millennio.


James Foley coglie le sfumature di un mondo in declino in ogni sfaccettatura del suo film. E lo fa con un cast e uno sguardo tutto maschile, che recepisce al meglio le ostentazioni di potere e la messa in mostra della virilità contemporanea. Se infatti le donne sono appena mostrate, dietro le quinte o solo di contorno, il racconto della crisi identitaria di una classe sociale – che coincide con la crisi di una nazione - è una storia di soli uomini. La resa di questo clima decadente di nevrosi da lavoro è ben resa dal concentrarsi degli eventi del film in un arco temporale limitato - una giornata - e dal ripetersi di ambienti, situazioni e avvenimenti, come su una scena teatrale. Opera di Juan Ruiz Anchía è la fotografia concettuale fatta di contrasti tra interni ed esterni e di parallelismi visivi tra differenti momenti, legame non solo fra gli spazi ma anche tra i suoi protagonisti. Film corale, trattato come un racconto collettivo, Americani è uno dei più riusciti esempi di amalgama di testo teatrale e regia cinematografica, con dialoghi che sono rimasti nella storia e una sequenza, su tutte, da manuale: la presentazione dei personaggi ad inizio film, lasciati entrare uno per volta sulla scena cinematografica, come attori attraverso un sipario. Un espediente che mostra, iconicamente, una piena acquisizione del metodo teatrale e una conoscenza accurata della migliore tecnica cinematografica.



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