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Django Unchained

18/01/2013 11:00

Martina Calcabrini

Recensione Film, western, django,

Django Unchained

Tarantino omaggia il western di Corbucci

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Un violento sferragliare di catene è accompagnato da passi pesanti e da corpi logorati fino al limite della loro forza fisica. Schiavi incatenati, maltrattati e manipolati come mere merci di scambio non riescono a reclamare il diritto ad avere una propria identità. La società texana di fine ‘800, infatti, è rigidamente impostata sulla legge del più forte e sulla remota possibilità che almeno un negro su 10.000 riesca a mostrare il proprio valore. Forte di una tradizione western ben consolidata e di modelli cinematografici come Sergio Leone, Sergio Corbucci e John Ford, Quentin Tarantino realizza un moderno spaghetti western in chiave exploitation, coinvolgente ed intenso, intarsiato di riferimenti ai migliori classici del genere.


Texas, 1858, due anni prima della guerra civile. Il Dott. King Schultz (Christoph Waltz), esperto cacciatore di taglie, compra lo schiavo Django (Jamie Foxx) per catturare i famigerati fratelli Brittle, per cui quest'ultimo ha lavorato, e riscuotere le loro taglie. Una volta completata l’operazione, Schultz libera Django dalla condizione di schiavo e, entrando in società con lui, si mette sulle tracce dei più pericolosi banditi d’America. I due arrivano così a Candieland, regno incontrastato del perfido Candie (Leonardo DiCaprio), per cui lavora anche Broomhilda (Kerry Washington), moglie di Django.


Tra le impervie montagne americane, la macchina da presa di Tarantino avanza a passo d'uomo, indaga il paesaggio, scruta le facce nemiche. Visi bianchi e presuntuosi si contrappongono a volti neri, impauriti, remissivi. Le fruste, le catene, i cani assassini e la totale mancanza di pietà dei padroni, rende gli schiavi inermi, degli automi assolutamente anonimi. Django e Broomhilda, forti del loro amore, sono i ribelli che sfidano le regole della società, si sposano e vengono, per questo, marchiati come fuggiaschi e venduti a nuovi, differenti, padroni. Django diviene un’anima dannata, un eroe disperato, un rivoluzionario sul piede di guerra e quando incontra Schultz, egli trova in lui un mentore, un alleato che lo supporta e che lo sprona a scoprire e a rivelare le proprie doti nascoste. Ed è proprio nel rapporto tra i due uomini che fuoriesce l’essenza della pellicola, come una sorta di impalpabile atmosfera ironica che circonda tutti i personaggi e che colpisce non soltanto la società pre-bellica del XIX secolo, ma l’America in toto. Più violento de Le iene e più sanguinario di Bastardi senza gloria, Django Unchained si rivela ben presto l’apoteosi violenta di Quentin Tarantino, regista dal grilletto facile. Affidandone l’ambrata fotografia a Robert Richardson (Hugo Cabret) e le musiche a Mary Ramos, il film diviene un’epopea cinematografica, una pellicola epica e poetica che, facendo leva sulle magistrali performance di Jamie Foxx, di Leonardo DiCaprio e di Cristoph Waltz, ricorda l’importanza di valori sempiterni come l’amore e l’amicizia attraverso i poli negativi non tanto della vendetta - in grado di far perdere di vista il bersaglio dei propri intenti - quanto delle degenerazioni di sentimenti universali quali odio, principi di superiorità e il razzismo che ne consegue.


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