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Lincoln

22/01/2013 12:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Lincoln

Reduce da un adattamento fantasy-horror per mano di Timur Bekmambetov, che lo voleva cacciatore di vampiri, ora il presidente Abraham Lincoln torna al suo posto

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Reduce da un adattamento fantasy-horror per mano di Timur Bekmambetov, che lo voleva cacciatore di vampiri, ora il presidente Abraham Lincoln torna al suo posto privilegiato nella Storia; quello che lo vede intrepido difensore della libertà e dell'uguaglianza di ogni uomo di fronte alla legge, a dispetto del colore della pelle. Steven Spielberg traccia un ritratto intimo dell’uomo che, negli ultimi quattro mesi della sua vita, riuscì a porre la prima pietra per la rinascita di un paese ridotto in ginocchio dalla guerra.


Più che una vera e propria biografia, Spielberg si concentra sull’elemento che, più di tutti, ha sancito la fama del presidente. La pellicola, infatti, racconta delle strategie utilizzate da Lincoln (Daniel Day Lewis) e dal suo partito per far passare il tredicesimo emendamento, incentrato sulla convinzione che tutti gli uomini sono uguali agli occhi della legge, mirando, di fatto, all’abolizione della schiavitù, nodo centrale della guerra secessionista che aveva portato alcuni stati a “staccarsi” dal paese.


Quasi paradossalmente è proprio una frase del film di Bekmanmbetov a descrivere sinteticamente il nuovo film di Spielberg: «la storia preferisce la leggenda agli uomini». La figura granitica del Presidente abolizionista si staglia con autorità su tutto il profilo degli Stati Uniti d’America. Agli occhi del mondo, Lincoln non è più solo il sedicesimo presidente degli U.S.A., ma colui capace di aver cambiato il volto del mondo, elargendo la propria autorità sulle più svariate istituzioni. Come ogni biopic che si rispetti, la pellicola cerca di scivolare dietro il sipario della fama: gli appassionati discorsi sono sostituiti da assemblee private e intimi dolori contro cui Lincoln ha dovuto combattere mentre affrontava la guerra per il progresso dell’umanità. Spielberg, inequivocabilmente vicino alla figura storica che mette in scena, dipinge con pennellate a volte fin troppo enfatiche la grandezza di un paese che si distingue eroicamente pur nelle sue evidenti controversie. L’emendamento che ha sancito la fine della guerra secessionista e l’inizio di un’epoca dove nessun uomo avrebbe dovuto essere schiavo è, infatti, frutto di macchinazioni e corruzioni da condannare; complotti evidentemente amorali che, tuttavia, per il loro tendere ad un bene superiore sembrano essere giustificabili agli occhi del protagonista – così come a quelli del regista. Questa forza contenutistica, che si alterna ad una narrazione talvolta prolissa, si sposa alla perfezione con l’interpretazione del già premio Oscar - per Il petroliere – Daniel Day-Lewis, che offre un’immedesimazione tale da confondere i confini del proprio corpo con quello fantomatico del presidente. Al contrario, Sally Field, moglie del presidente, non riesce ad evitare di andare troppo sopra le righe, né a celare l'artificio di un'attrice che interpreta il proprio personaggio. Lincoln si rivela opera imperfetta in tutte le sue interne contraddizioni, la cui durata eccessiva corre il rischio di minare l'attenzione fruitiva e le pur buone disposizioni d'animo dello spettatore.


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