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Die Hard - Un buon giorno per morire

13/02/2013 11:00

Roberto Semprebene

Recensione Film,

Die Hard - Un buon giorno per morire

John McClane è uno di quei personaggi che, oltre a contribuire in modo determinante all’affermazione di Bruce Willis, ha saputo diventare icona dell’action movi

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John McClane è uno di quei personaggi che, oltre a contribuire in modo determinante all’affermazione di Bruce Willis, ha saputo diventare icona dell’action movie, con il suo mix di testarda determinazione e tagliente ironia.


A distanza di venticinque anni dalla sua prima apparizione e a sei dall’ultima, il poliziotto di New York torna sul grande schermo con una nuova avventura, che lo vede seminare morte e distruzione in giro per Russia e Ucraina insieme al figlio Jack (Jai Courtney). La famiglia McClane non è propriamente un esempio di rapporti idilliaci e nel tempo questa caratteristica non è mutata. Cionondimeno, quando il figlio sembra trovarsi nei guai, accusato di omicidio in quel di Mosca, John non ci pensa più di un secondo e prende il primo aereo per la capitale russa. Giunto a destinazione scoprirà inaspettate verità su suo figlio e verrà coinvolto in una cospirazione di grande portata che, da buon cowboy, non potrà fare a meno di risolvere alla vecchia, cara maniera.


Se la quarta incarnazione della serie si era dimostrata in grado di rendere ancora onore ad un personaggio diventato mitico per una buona fetta dei fan dei film d’azione, Die Hard – Un buon giorno per morire disattende le aspettative, mantenendo in comune con i capitoli precedenti solo un un paio di buone battute e la spettacolare esagerazione di alcune sequenze. Malgrado la presenza scenica di Willis, che invecchia bene e si mantiene anche in virtù di una caratterizzazione del personaggio che non ha mai puntato sulle doti fisiche (salvo una grande “resistenza ai danni”), il film non riesce a tenere il passo della saga a causa di due elementi non secondari: una sceneggiatura debole e una regia sottotono, affidata ad un John Moore non all’altezza del McTiernan del primo e terzo episodio, né di Renny Harlin (Die Hard 2) e nemmeno di Len Wiseman, il cui curriculum all’epoca di Die Hard – Vivere o Morire non era poi superiore a quello del regista di Max Payne. Moore non riesce a seguire l’azione con la dovuta attenzione, la scelta delle inquadrature è a volte davvero discutibile (un esempio per tutti la sequenza finale) e in termini di storia la mancanza di un nemico ben definito e carismatico si unisce ad un evoluzione piuttosto prevedibile, a dispetto di quelli che dovrebbero essere clamorosi colpi di scena. I fan dell’action in stile Willis saranno combattuti fra il piacere di ritrovare il loro eroe e la perplessità per le falle di una pellicola con poca personalità.


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