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Thermae Romae

29/04/2013 10:00

Giacomo Ferigioni

Recensione Film,

Thermae Romae

Poche cose riescono ad attizzare il cinefilo italiano con il vezzo dell'esplorazione quanto scorrere la lista dei film destinati a rimpolpare la programmazione

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Poche cose riescono ad attizzare il cinefilo italiano con il vezzo dell'esplorazione quanto scorrere la lista dei film destinati a rimpolpare la programmazione delle sale durante la stagione estiva. Periodo di saldi, a voler essere maliziosi periodo di vero e proprio riciclo, durante i quali i cinema nostrani si popolano di titoli talvolta ritenuti di scarso appeal persino dagli stessi distributori. Thermae Romae, portato in Italia dalla sempre attenta Tucker Film, è un esempio del fascino esotico dei suddetti film: sia per la fonte originale, un fumetto di notevole successo curato dalla mangaka Mari Yamazaki e distribuito in Italia da Star Comics, sia per lo sforzo produttivo legato alla traduzione su grande schermo, che ha portato una produzione evidentemente non toccata dalla crisi a scegliere i notoriamente dispendiosi studios di Cinecittà per l'allestimento della Roma imperiale che fa da sfondo alla vicenda.


La storia, attraversata da un leggero ma consistente retrogusto comico, racconta le disavventure dell'architetto romano Lucius Modestus (Hiroshi Abe), finito in disgrazia per l'incapacità di avere idee al passo coi tempi. Quando si imbatte in un vortice temporale, viene trasportato in un bagno termale (onsen) del Giappone contemporaneo, facendocelo rimanere per un lasso di tempo sufficiente ad assimilarne le peculiarità e a riproporle, una volta ritrasportato a Roma, in un nuovo progetto. La reiterazione di questi viaggi e la conseguente riproposta sul suolo patrio di una lunga serie di idee sempre più audaci e innovative (si va dal latte aromatizzato alla frutta ai più prosaici sanitari) porterà Lucius a diventare uno degli architetti più rinomati della capitale, dibattuto tra l'amore di una ragazza del Giappone contemporaneo (Aya Ueto), l'incontro con l'imperatore (Misachicka Ichimura), e il destino di Roma.


Come già accadeva nel manga di riferimento, sono il viaggio nel tempo e le differenze negli usi e costumi tra epoche a costituire le basi lungo le quali Thermae Romae dispiega dinamiche interne e potenzialità comiche. Siamo dunque distanti dalla comicità para-demenziale e dalle risate sboccate proposte da un S.P.Q.R. 2000 e 1/2 anni fa, più vicini, piuttosto, a quella consistente eppure sottotraccia di Ricomincio da capo. Ma se la sceneggiatura del film di Harold Ramis riusciva a sfruttare e a sviluppare con una puntualità implacabile tutte le direttrici tragicomiche offerte dal paradosso temporale, l'adattamento di Shôgo Mutô, sin troppo legato alla schematicità cartacea del manga, sembra mettere troppo velocemente a nudo il meccanismo, facendo presto divenire gran parte della comicità offerta da Thermae Romae ripetitiva e formulaica. Fan della serie e weeaboos di tutto il mondo hanno già dimostrato di apprezzare; allo spettatore casuale, invece, altro non rimarrà che fare affidamento sulla verve del comunque simpatico protagonista, o sul curioso e rutilante riallestimento di una Roma di oltre duemila anni fa opportunamente ripopolata di comparse. Tutte dagli occhi a mandorla, naturalmente.



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