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Doppio gioco

01/05/2013 11:00

Giacomo Ferigioni

Recensione Film,

Doppio gioco

Una ragazza si muove lungo l'underground londinese...

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Una ragazza si muove lungo l'underground londinese. Sentendosi osservata, si sposta, con fare nervoso, da una fermata all'altra senza un'apparente logica, fino a quando, lanciando un ultimo sguardo dietro di sé, lascia in terra la propria borsa e allunga il passo muovendosi lungo i cunicoli interni della metropolitana. Uscita da una porta di servizio, si allontana visibilmente sgomenta; alle sue spalle, però, compare un gruppo di uomini, che la carica dentro un'auto. La donna è una terrorista dell'IRA, e gli uomini che l'hanno presa in consegna agenti MI5.


È una delle prime scene, forse la migliore, di Shadow Dancer, thriller di produzione britannica con James Marsh – famoso soprattutto per i propri documentari Project Nim, Man on Wire - alla regia. Quelle che seguono lungo i rimanenti novanta minuti di film imbastiscono folte trame di coperture, doppi giochi, voltafaccia, che metteranno in subbuglio le due organizzazioni e i loro personaggi di riferimento: da un lato Clive Owen, l'agente buono ma outsider all'interno della propria stessa organizzazione, dall'altro Andrea Riseborough, la madre di famiglia simpatizzante dell'IRA che mette a rischio la propria vita ma anche quella dei propri affetti.


Shadow Dancer è una partita a scacchi, gestita peraltro con sapienza non comune: per la capacità di far respirare una scena, per la pazienza nel coltivare gli intrighi, per la raffinata gestione dei crescendo e per la puntualità non banale nel proporre dei colpi di scena che dimostrano di essere degni di quel nome. Peccato che il film di Marsh si limiti a concentrare tutta la propria attenzione sulle dinamiche di cui sopra, riducendo il lavoro sul contesto a semplici dicotomie (individuo buono/organizzazione cattiva) e macellando personaggi secondari sotto il vessillo della funzionalità accessoria e del pretesto narrativo. Ciò che ne risulta è un thriller diretto e soprattutto scritto (da Tom Bradby, già autore del romanzo omonimo) con competenza superiore alla media, ma privo di ambizioni, di una visione, di uno sguardo. Soprattutto, colpevole di eccessivo affidamento a formule seducenti ma consunte che poggiano sulle spalle, nemmeno poi così larghe, dei due interpreti principali.



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