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Viaggio sola

08/05/2013 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Viaggio sola

In un determinato periodo storico, l’immaginario collettivo e l’opinione pubblica hanno convenuto che non c’è soddisfazione più alta, per una donna, del raggiun

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In un determinato periodo storico, l’immaginario collettivo e l’opinione pubblica hanno convenuto che non c’è soddisfazione più alta, per una donna, del raggiungimento dell'obiettivo di incontrare il proverbiale principe azzurro e consacrare la propria vita alla felicità dell’aitante compagno. Maria Sole Tognazzi riscrive questo luogo comune e lo fa attraverso il suo modo di rapportarsi al lato muliebre della vita, perché non è l’uomo che si ha accanto a determinare la femminilità né la felicità di una donna.


Irene (Margherita Buy) di mestiere fa la mistery guest, una critica alberghiera, che viaggia da un paese all’altro albergando nei più prestigiosi hotel di lusso registrandone, in assoluto anonimato, l’effettiva qualità. Andrea (Stefano Accorsi) è il migliore amico di Irene, il punto costante della vita della donna; è in procinto di diventare padre, grazie ad una donna che conosce a stento, ma dalla quale, nonostante tutto, decide di non scappare.


Il cinema – così come la letteratura – ha plasmato il gusto del pubblico, spingendolo ad aspettarsi il punto di rottura, quella svolta del terzo atto in grado di cambiare del tutto la sorte e la vita dei personaggi messi in gioco. Questo è quello che, di consueto, accade nei film; tuttavia, Maria Sole Tognazzi con il suo Viaggio Sola, sembra ostinarsi ad offrire un ritratto umano più che mai reale e, come nella vita, ad incanalare il corso degli eventi verso sentieri profondamente umani, con tutte le debolezze e le fragilità lontane dai risvolti topici della celluloide. La protagonista Irene, che ha superato i 40 anni e non ha una vita sentimentale degna di nota, non se ne sta ferma in un angolo ad aspettare che la vita cambi, né ad elemosinare qualcosa che, forse, neanche desidera. Pur con naturali attacchi di nostalgia e momenti di disarmante solitudine – derivata, più che altro, da un lavoro che le taglia le radici e la lancia nell’inconsistente mondo del vagabondaggio – Irene accetta la propria natura, e lo fa senza sforzo e senza sacrificio. Vive la vita esattamente come ha scelto e questo è l’aspetto più interessante e innovativo che la sceneggiatura – curata, oltre che dalla stessa regista, anche da Ivan Cotroneo e Francesca Marciano – aggiunge ad una regia delicata e aggraziata.


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