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No - I giorni dell'arcobaleno

16/05/2013 10:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

No - I giorni dell'arcobaleno

Il capitolo finale della Trilogia della Dittatura, del regista Pablo Larraìn

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Cile, 1988. Il dittatore Augusto Pinochet è costretto, in seguito a pressioni internazionali, a sottoporre ad un referendum popolare la continuazione o il termine della propria presidenza. Per la prima volta dopo 15 anni, ai partiti di opposizione viene concessa la possibilità di utilizzare, ogni sera per un quarto d'ora, i media nazionali per la propria propaganda elettorale. Alla testa della campagna del fronte del NO viene posto René Saavedra (Gael García Bernal), brillante pubblicitario di tenui idee politiche con una ex moglie oppositrice del Generale. Lavorando al messaggio del NO, Renè maturerà, insieme alla coscienza politica, le intuizioni necessarie a creare una campagna moderna ed efficace.


Nella semiotica della pubblicità la costituizione di un messaggio passa per tre tempi: il codice, il testo, l'idea. Tre momenti in cui un concetto viene generato, strutturato e condiviso. La Trilogia della dittatura del regista cileno Pablo Larraìn è concepita in modo non troppo diverso da una metafora pubblicitaria: se nel primo film del 2008, il crudo Tony Manero, veniva messa in scena quella che è stata per 15 anni la società del Cile di Pinochet - un paese insensibile ai delitti più efferati -, il secondo episodio del ciclo, il tetro Post Mortem, del 2010, si interrogava sugli uomini che hanno dato l'assenso al dittatore, ignorandone anche i crimini più evidenti e plateali. Due film brutali e lugubri, che raccontavano le tenebre del regime cileno, come uno dei più sanguinosi del Novecento. Ma poiché ogni “saga” che si rispetti deve giungere a una conclusione e poiché dopo il crepuscolo e la notte c'è sempre un tempo per l'alba, No – I giorni dell'arcobaleno rappresenta “il nuovo giorno” del cinema di Pablo Larraín. L'ultimo atto di un messaggio che, dopo aver raccontato nel dettaglio la prigionia dei cileni al proprio dittatore aguzzino, narra anche della liberazione. Ed è in quest'ultima pellicola che il regista ripone l'idea insita nell'intero ciclo cinematografico: la nascita di un nuovo Cile - quello odierno, che ha superato, non senza difficoltà, da oltre un anno e mezzo la crisi economica globale e che siede a pieno titolo tra i paesi in via di sviluppo – attraverso la sostituzione di una società vecchia, obbediente e timorosa, con una nuova, creativa e moderna. E, in un paese devastato da anni di dittatura sanguinosa, in cui per la prima volta è concessa la possibilità di un'alternativa al voto, come in ogni regime – democratico e non – le carte si decidono sul tavolo dei media, della comunicazione.


Collocando la vicenda in un momento di transizione determinante per la storia politica, sociale e culturale del suo paese natio – il referendum che nel 1988 sconfisse Augusto Pinochet assegnando il 55% di preferenze al partito del NO - il regista cileno racconta l'acquisizione da parte di una nazione di una coscienza politica, attraverso il passaggio del protagonista – il pubblicitario Renè – da un muto assenso alla dittatura ad una vivace opposizione. Un dissenso che passa non per la protesta di piazza, ma per la realizzazione di una campagna pubblicitaria alternativa, moderna e accattivante. Se infatti le due storie precedenti erano il racconto di uomini alienati, intrappolati in un'inesprimibile e amorfa accettazione del crimine, No mostra invece come la schiavitù di un popolo al suo dittatore sia in realtà un equilibrio fragile, determinato da azioni singole e da grandi sforzi al cambiamento. Sia che lo si consideri come capitolo conclusivo della trilogia su Pinochet sia che lo si guardi come un film autonomo, la prima cosa che salta all'occhio è la solarità della messa in scena. Nella resa formale Pablo Larraìn sostituisce al cupo accento delle precedenti pellicole un tono che, pur velato di malinconia, appare positivo e nettamente più estetizzante del passato. La scelta virtuosistica - anche se a tratti disturbante - di girare il film con una macchina da presa degli anni Ottanta, infine, è funzionale alla creazione di una vicenda calata in un indistinguibile flashback, in cui realtà storica e fiction si fondono, come nel racconto orale di un passato lontano che ritorna attuale.


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