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Treno di notte per Lisbona

22/05/2013 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Treno di notte per Lisbona

Il romanzo d'origine, firmato da Pascal Mercier (ed edito, in Italia, da Mondadori), viene portato sul grande schermo da Bille August, che non è nuovo a traspos

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Il romanzo d'origine, firmato da Pascal Mercier (ed edito, in Italia, da Mondadori), viene portato sul grande schermo da Bille August, che non è nuovo a trasposizioni letterarie, dopo aver portato al cinema uno dei più famosi adattamenti di Les Misérables. Per questa nuova operazione di traslitterazione August sceglie di puntare tutto su un cast di prim’ordine, capitanato da Jeremy Irons e arricchito dalla bellissima e sfuggente attrice tarantiniana Melanie Laurent; peccato che interpreti di grande impatto solo raramente riescono, da soli, a salvare un film.


La storia è quella di Gregorius (Jeremy Irons), un docente di latino in un istituto di Berna, sfuggente e solitario, che passa il tempo ad insegnare e a giocare a scacchi con se stesso, sfuggendo, suo malgrado, qualsiasi contatto umano. Le uniche degne avventure sono quelle che rincorre sulle pagine dei libri di cui si nutre e che insegue in vecchie librerie polverose. Tutto cambia quando l’uomo salva, quasi accidentalmente, una donna (Melanie Laurent) da un tentativo di suicidio. Prima che Gregorius, però, sveli il mistero della sconosciuta, questa è già fuggita, lasciandosi dietro un impermeabile e un libro firmato da un oscuro Amedeu De Prado. Per scoprire il mondo che si cela dietro quel libro, Gregorius decide di saltare su un treno in partenza per Lisbona, diventando una sorta di eroe letterario, un’emanazione di quei personaggi di cui era solito leggere. La decisione lo porterà a perdersi tra i lastricati della città portoghese, alla ricerca non solo della verità, ma anche, forse, di se stesso.


Presi uno ad uno, gli elementi di Treno di notte per Lisbona sembrano tutti perfettamente funzionali. Dalle interpretazioni degli attori fino alla scelta di percorrere la vicenda attraverso due linee drammaturgiche parallele che raccontano due volti differenti di Lisbona, in qualche modo simili per la voglia della città di riemergere dalle proprie disavventure. Persino la scelta di una fotografia dicotomica – il grigiore di Berna che si rispecchia nella routine incolore del professore e i toni caldi del Portogallo, dove il protagonista si trova a reinventare se stesso – appare ferocemente interessante, e frutto di uno studio analitico degli elementi utili a costruire un universo diegetico di sicuro impatto emotivo. Eppure qualcosa nella miscela di tutti questi oggetti filmici è andato perdendosi. Bille August si destreggia come può, cercando di raccontare un’avventura che rimandi l’odore dei libri e la stessa sensazione di immersione; il risultato però è un film pedante, prolisso, che tedia laddove avrebbe dovuto emozionare. La sceneggiatura si trascina come in un ultimo alito di vita, nell'estremo tentativo prima di essere inglobata in un plot che si perde fin troppo spesso, senza riuscire mai a trovare un minimo senso del ritmo.


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