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Slow Food Story

23/05/2013 10:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Slow Food Story

Stefano Sardo – famoso soprattutto nelle vesti di sceneggiatore per film come La doppia ora e Tatanka – esordisce dietro la macchina da presa, con un documentar

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Stefano Sardo – famoso soprattutto nelle vesti di sceneggiatore per film come La doppia ora e Tatanka – esordisce dietro la macchina da presa, con un documentario che tende all’esaltazione di un uomo, Carlo Petrini, definito dalla rivista statunitense Time «un eroe moderno», volto e anima che si cela dietro una delle più grandi rivoluzioni alimentari del nostro tempo, come l'approccio al cibo e alla gastronomia moderna, che si palesa attraverso la spettacolarizzazione che molti, troppi, canali lanciano in tv, in programmi come Master Chef o Cuochi e Fiamme.


Lo Slow Food – ossia l’arte del mangiare lentamente e in modo sano, negando l’omologazione dell’alimentazione – è una filosofia di vita che inneggia anche all’individualità dell’essere umano, che lo rende artefice del proprio destino e della propria, unica specificità. Stefano Sardo, amico intimo di Carlo Petrini, insegue con la macchina da presa questa invenzione e il suo Slow Food Story diventa una piccola storia affascinante, un biopic sui generis che alle caratteristiche stilistiche del genere documentario affianca una vicinanza emotiva e un’immersione tale che sembrano scaturire dal miglior cinema di finzione. L’occhio della macchina da presa non si stacca mai dalla figura di Carlìn – il soprannome di Petrini – delineata da interviste e commenti di persone che, nei venticinque anni di vita del movimento "slow food", hanno ruotato intorno al fondatore.


Ripercorrendo gli anni ruggenti dell’ascesa del protagonista, passando per quelli del servizio militare e perdendosi anche lungo i confini di Bra, la sua cittadina natale, l'affascinante documentario di Sardo, alla lotta intestina contro la politica dei fast food che spopolano nelle nostre città, affianca una partecipazione personale che traspare da ogni intervista scelta, dai tagli di montaggio che sembrano suggerire una certa malinconia verso un tempo non meglio identificato in cui l’essere umano rivendicava la propria individualità e non si dileguava come una macchia di colore in un disegno ampio ma tristemente omogeneo e omologato.


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