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Paulette

07/06/2013 11:00

Paolo Sammati

Recensione Film,

Paulette

Nella periferia di Parigi, Paulette (Bernadette Lafont) è un’anziana signora dai modi poco cortesi, vedova e un po’ razzista...

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Nella periferia di Parigi, Paulette (Bernadette Lafont) è un’anziana signora dai modi poco cortesi, vedova e un po’ razzista. La pensione le basta a malapena per pagare l’affitto e si ritrova quotidianamente costretta a rubare gli scarti dei mercati rionali. Le sue giornate fatte di stenti passano grazie alla compagnia di alcune amiche che come lei abitano in un quartiere che pare loro sempre più corrotto da giovani immigrati e piccoli criminali. Non riuscendo più a sostenere una situazione tanto degradante, Paulette decide che spacciare hashish rappresenta forse la soluzione ai suoi problemi economici; la stoffa del pusher, tuttavia, non c’è e la donna riesce a trovare un’alternativa: sfornare torte e dolciumi vari aromatizzati alla cannabis. Gli affari allora andranno decisamente meglio.


Jérôme Enrico pare intraprendere la strada azzeccata di una protagonista ben caratterizzata, un’antieroina dai modi dissacranti e politicamente scorretti, inserita in una Parigi lontana dalle sfavillanti luci degli Champs-Élysées, descritta invece all’ombra di opprimenti palazzoni che nascondono gang di giovani criminali, sottopassaggi metropolitani marci e degenerati. Se la trama ricorda irrimediabilmente quella di Nigel Cole e L’erba di Grace, presto gli sviluppi della stessa ci porteranno lontano dalla cortese Inghilterra del film del 2000 e dalla sua ingenua protagonista. Paulette è una donna inasprita dall’esperienza, maltrattata dalla vita, spinta da un forte istinto alla sopravvivenza ad identificare nel rancore contro il diverso - in questo caso l’immigrato - il capro espiatorio delle proprie sventure. Ha un nipotino che detesta per il colore della sua pelle e rigetta le avance del suo dirimpettaio. La sua solitudine trova conforto nelle partite a carte con le amiche e nel ricordo malinconico del marito morto. Se i primi quaranta minuti del film ci regalano risate perfide e spunti di discussione interessanti, calati come sono nella realtà sociale della crisi che tutta l’Europa vive in questi mesi, la seconda parte invece scade nel più accomodante dei perbenismi, delineando una frettolosa redenzione della protagonista e una virata narrativa verso i più sicuri lidi della commedia leggera. L’intreccio si fa dunque più improbabile e l’impressione è che Enrico, che ha sviluppato la sceneggiatura in collaborazione con alcuni allievi del suo corso all’ESEC, non abbia il coraggio di mantenere la vena scomoda che pareva aver intrapreso nella prima fase.



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